7 dicembre 2012 redazione@ciociaria24.net

Presentazione del Calendario Storico 2013 dell’Arma dei Carabinieri

Il giorno 7 dicembre alle ore 11,00 presso il Comando Provinciale dei Carabinieri di Frosinone si è tenuta la conferenza stampa del Col. MENGA Antonio, che ha presentato il Calendario Storico e l’Agenda 2013 dell’Arma dei Carabinieri, le cui tavole, proseguendo il percorso storico iniziato nel 2011, ripercorrono in quattro edizioni la storia dell’Arma, in modo che la conclusione coincida con l’anno 2014, in cui l’Istituzione celebrerà il bicentenario dalla Fondazione e l’ingresso nel terzo secolo di vita.

Il Col. MENGA ha focalizzato l’attenzione soprattutto sulle parole del Comandante Generale C.A. GALLITELLI, il quale nella sua prefazione sottolinea come, sfogliando le pagine del Calendario, si entra in contatto con i grandi avvenimenti della Storia e con i tanti uomini che, con le loro azioni, le loro scelte e il loro eroismo, ci hanno lasciato un inestimabile patrimonio di valori cui tutti i Carabinieri, con legittima fierezza, attingono quotidianamente per proporsi quali fedeli e silenziosi servitori dello Stato.

La presente edizione del Calendario Storico è dedicata al terzo cinquantennio della vita dell’Arma, compreso tra il 1914 e il 1964, caratterizzato da grandi sconvolgimenti e mutamenti internazionali. Attraverso due guerre cambiano l’Italia, l’Europa ed il mondo. Non muta l’impegno dei Carabinieri, i quali, fedeli ai loro valori, rimangono vicini al loro popolo, difendendone la libertà e garantendo, in situazioni di pace o di conflitto, la sicurezza e la legalità. All’inizio del periodo trattato, è la Grande Guerra ad irrompere sulla scena europea con tutta la sua drammaticità. Ne è simbolo la trincea, una realtà fatta di quotidiani obbligati arretramenti e faticose riconquiste. E’ in questo contesto che il 2° e 3° Battaglione del Reggimento Carabinieri, al prezzo di tanti Caduti, si ricoprono di gloria nella conquista della cruciale “quota 240”, sulle pendici del Monte Podgora, dopo reiterati assalti all’arma bianca condotti contro un avversario superiore per numero e per armamento.  L’Italia torna alla pace e i Carabinieri riprendono la loro diuturna opera a tutela dell’ordinata convivenza civile. L’impegno costante dell’Istituzione, fondato su quel vincolo di fedeltà che ciascun Carabiniere stringe con la sua gente, è ricambiato affettuosamente dagli italiani che, a testimonianza della loro riconoscenza, consegnano a tutte le Stazioni la Bandiera Nazionale. Con gli stessi sentimenti di gratitudine, tutte le municipalità sottoscrivono plebiscitariamente la realizzazione del Monumento al Carabiniere, collocato a Torino, città che aveva dato i natali ai militari “per buona condotta e saviezza distinti”. La Seconda Guerra Mondiale, la Resistenza e la Liberazione ritrovano l’Arma tenace ed eroica protagonista delle drammatiche vicende di quel periodo, sia su fronti lontani, sia sul suolo patrio. In terra d’Africa, a Culqualber, la strenua resistenza dei Carabinieri del 1° Gruppo Mobilitato, quasi tutti Caduti contro preponderanti forze avversarie, consente ad altri reparti di ripiegare su posizioni più sicure. A Eluet El Asel, il Battaglione Paracadutisti, mantenendo con fulgido ardimento il caposaldo assegnato, permette la salvezza delle truppe amiche, che riescono a sottrarsi al mortale accerchiamento avversario. Quando il conflitto vìola il territorio italiano e la stessa Capitale è oggetto di ripetuti bombardamenti, il Comandante Generale, Azolino HAZON, e il suo Capo di Stato Maggiore, Col. Ulderico BARENGO, non esitano a raggiungere il quartiere “San Lorenzo” per organizzare i soccorsi. Ad ucciderli è l’esplosione dell’ennesimo ordigno, un rischio che non aveva fermato il loro coraggio ed il loro ammirevole spirito di solidarietà. Altri fulgidi sacrifici punteggiano quel tragico tempo. Il Vice Brigadiere Salvo D’ACQUISTO, a Torre di Palidoro, offre il suo petto affinché ventidue ostaggi siano liberi e scrive così una delle pagine più belle della Storia dell’Arma. Fedeli agli stessi valori, i Carabinieri Alberto LA ROCCA, Fulvio SBARRETTI e Vittorio MARANDOLA, a Fiesole, scelgono coscientemente di offrire il bene supremo della loro giovane vita e affrontano il plotone di esecuzione per sottrarre a una crudele rappresaglia la propria comunità. Ben dodici, peraltro, sono i Carabinieri trucidati alle Fosse Ardeatine, riconosciuto simbolo del sacrificio di tanti italiani votati agli ideali di libertà e di amore per la Patria. Le pagine del Calendario si chiudono, quindi, con il riferimento ai quattro alberi piantati sul Monte delle Rimembranze, a Gerusalemme, in onore di altrettanti militari dell’Arma, “Giusti tra le Nazioni”, che avevano salvato dalla morte ebrei altrimenti destinati ai campi di sterminio. Al termine del conflitto, si conteranno in circa diecimila i Carabinieri deportati nei campi di concentramento, le spoglie di molti dei quali non faranno mai più rientro in Patria.

Il Col. MENGA ha presentato nel dettaglio tutte le tavole del calendario:

–       La Bandiera dell’Arma per la prima volta in guerra;

–       L’attacco alla quota 240 del Podgora;

–       La fiamma dell’Arma anche nei cieli;

–       Nella lontana Siberiaper la salvezza degli irredenti;

–       Il doloroso dopoguerra;

–       Contro la mafia in Sicilia;

–       A perpetuare le nobili tradizioni della nostra Cavalleria;

–       L Banda dei Carabinieri oltre i confini nazionali;

–       Dalla cronaca alla leggenda;

–       Il monumento al Carabiniere;

–       Il dono della Bandiera ai fedeli Carabinieri;

–       Di nuovo in guerra;

–       In Africa, il battesimo del fuoco del Battaglione Paracadutisti e la resistenza alla sella di Culqualber;

–       Il Comandante Generale Hazon e il Capo di S. M. Barengo caduti in servizio;

–       L’eroe di Palidoro;

–       I tre martiri di Fiesole;

–       Il  “Fronte Clandestino di Resistenza dei Carabinieri”;

–       Nelle città liberate entrano i Carabinieri: è festa popolare;

–       E’ Repubblica!;

–       La nuova struttura dell’Arma dei Carabinieri;

–       Dalla Sicilia all’Alto Adige, l’Arma ancora in prima linea;

–       Quattro militari dell’Arma «Giusti tra le Nazioni»;

–       Si illumina di medaglie il terzo cinquantennio di vita dell’Arma.

Il Col. MENGA ha concluso la presentazione sottolineando come questa Terra abbia dato i natali ai Carabinieri Alberto La Rocca e Vittorio Marandola, originari di questa Provincia, che sacrificarono la loro giovane vita, unitamente ad altro commilitone, per salvare quella di dieci ostaggi della comunità di Fiesole, nella cui Stazione dell’Arma prestavano servizio.

Il Carabiniere Alberto La Rocca, al quale sono intitolate le caserme del Comando Provinciale di Frosinone e della Compagnia Carabinieri di Sora, è la più giovane Medaglia d’Oro Italiana. Nacque a Sora (FR) il 30 gennaio 1924 ed  aveva appena vent’anni quando sacrificò se stesso per salvare la vita di dieci ostaggi, in mano ai tedeschi. Ai tedeschi si consegnò, volontariamente, quando venne a sapere che, se non si fosse presentato al comando germanico, gli ostaggi sarebbero stati fucilati; terribile sorte che lui consapevolmente affrontò a Fiesole il 12 agosto 1944, insieme a due compagni,   il ventunenne Fulvio Sbarretti di Nocera Umbra (Perugia) ed a Vittorio Marandola, nato a Cervaro (FR) il 28.04.1922.  Tutti e tre sono stati insigniti della medaglia d’oro “alla memoria”, onorando la bandiera di guerra dell’Arma dei Carabinieri con la seguente motivazione: “Durante la dominazione nazi-fascista, teneva salda la tradizione di fedeltà alla Patria, prodigandosi nel servizio ad esclusivo vantaggio della popolazione e partecipando con grave rischio personale, all’attività del fronte clandestino. Pochi giorni prima della liberazione, mentre già al sicuro dalle ricerche dei tedeschi si accingeva ad attraversare la linea di combattimento per unirsi ai patrioti, veniva informato che il comando germanico aveva deciso di fucilare dieci ostaggi nel caso egli non si fosse presentato al comando stesso entro poche ore. Pienamente consapevole della sorte che lo attendeva, serenamente e senza titubanze la subiva perché dieci innocenti avessero salva la vita. Poco dopo affrontava con stoicismo il plotone d’esecuzione tedesco e, al grido di “Viva l’Italia”, pagava con la sua vita il sublime atto d’altruismo”. Nobile esempio d’insuperabili virtù militari e civili.” Fiesole (Firenze), 12 agosto 1944.

Altra figura di rilievo ciociara riconducibile a tale periodo storico dell’Arma è quella del carabiniere Marino Fardelli, insignito di medaglia d’oro al merito civile. Lo stesso originario di Caira di Cassino rimase vittima della strage di Ciaculli, causata da un vile attentato mafioso, in cui  persero la vita sette uomini delle forze dell’ordine. La strage di Ciaciulli-Villa Serena fu una delle più sanguinose stragi ad opera della mafia durante gli anni sessanta che concluse la prima guerra di mafia della Sicilia del dopoguerra. Ebbe luogo nella borgata agricola di  Ciaculli a Palermo il 30 giugno 1963: un’ Alfa Romeo Giulietta imbottita di esplosivi uccise il tenente dei carabinieri  Mario Malausa, i marescialli Silvio Corrao e Calogero Vaccaro, gli appuntati Eugenio Altomare e Marino Fardelli, il maresciallo dell’esercito Pasquale Nuccio, il soldato Giorgio Ciacci.

Infine il Col. MENGA dopo aver illustrato le caratteristiche dell’Agenda storica dell’Arma, ha concluso la presentazione sottolineando che il Carabiniere, anche quest’anno nella nostra provincia continuerà ad essere custode di importanti valori morali  e punto di riferimento per le esigenze della popolazione, dalla quale riscuote un forte consenso.

Il filo conduttore tra la necessità di vicinanza al cittadino e la collaborazione con l’Arma dei Carabinieri è senza alcun dubbio l’iniziativa “cittadino sicuro ed informato” proposta dal Comando Provinciale che ha riscosso un notevole successo nella giurisdizione poiché agli incontri organizzati hanno partecipato sempre con attenzione e passione un nutrito gruppo di persone, in particolare anziani, commercianti ed in alcuni casi anche scolaresche (complessivamente circa 9.000 ).

La popolazione infatti si è dimostrata molto interessata ponendo, al termine dell’esposizione da parte dei Comandanti di Stazione (relatori), numerosi quesiti in merito a svariate problematiche (le più ricorrenti hanno riguardato i comportamenti da adottare per difendersi dalle truffe e dai reati predatori, le modalità per poter collaborare con l’Arma in caso di reati e/o di avvistamento di persone sospette).

Tutti i partecipanti sono stati sensibilizzati sulla necessità richiedere sempre l’intervento delle Forze dell’Ordine. È stata assicurata la costante disponibilità da parte del personale preposto alle Centrali Operative, facilmente raggiungibile da qualsiasi utenza telefonica componendo il 112, ed a fattor comune, i cittadini presenti hanno manifestato il gradimento nei confronti dell’Arma. L’attenzione del Comandante Provinciale Carabinieri di Frosinone, infine, è stata focalizzata sulla necessità di collaborazione dei cittadini quali ulteriori “sentinelle della sicurezza” sul territorio.

CENNI STORICI SULLE TAVOLE DEL CALENDARIO

1) La Bandiera dell’Arma per la prima volta in guerra
Il 24 maggio 1915, a poche ore dall’annuncio dell’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria, la Bandiera dell’Arma dei Carabinieri partiva per il fronte scortata da un plotone d’onore e dalla Banda della Legione Allievi. Prima ancora, lungo la linea di confine orientale, i reparti dell’Arma avevano già completato lo schieramento loro assegnato dal Comando Supremo con una forza complessiva di 500 Ufficiali e 19.816 tra Sottufficiali e Carabinieri. La linea di fuoco che avrebbe segnato l’ingresso in battaglia dei Carabinieri era la valle dell’Isonzo, all’altezza di Gorizia, sulle pendici del monte Podgora, ove si attestò il Reggimento Mobilitato al comando del Colonnello Antonio Vannugli. Per la posizione dominante degli austriaci, arroccati alla sommità del rilievo montuoso, l’impresa di snidarli appariva estremamente rischiosa e dall’esito incerto. Ma necessitava corrodere la resistenza dell’avversario, indebolirne progressivamente la tenuta per poi puntare su Gorizia. Dopo un periodo di approntamento, durante il quale venne realizzato un articolato sistema di trinceramento (nell’illustrazione a sinistra), a metà del mese di luglio il Comando del 6° Corpo d’Armata, da cui il Reggimento Carabinieri dipendeva tatticamente, ordinò di passare all’attacco. Nel Diario di Guerra del Col. Vannugli, di cui per la prima volta vengono riprodotti alcuni fogli nelle pagine seguenti, alla data del 19 luglio si legge: “Il Reggimento Carabinieri deve conquistare la cresta di quota 240, corrispondente al proprio fronte ed ivi rafforzarsi”.

Alle ore 10:30 venne dato l’ordine di iniziare l’assalto, seguito da quello del Col. Pranzetti: “alla baionetta!”. Secondo gli ordini, l’azione doveva essere condotta soltanto all’arma bianca. Una valanga umana si slanciò protesa verso l’alto, incurante della barriera di fuoco opposta dagli austriaci. Le perdite furono subito gravi, ma l’impeto dei Carabinieri non accennò ad esaurirsi.

Alle 15:05 il Comando della Brigata Pistoia “Vista l’ardita avanzata dei Carabinieri e resosi conto delle difficoltà incontrate” (così si legge in un dispaccio del suo Comandante) diede l’ordine di ripetere l’assalto, revocato però dal Comando del 6° Corpo d’Armata. La giornata, gloriosa ma senza vittoria, era costata al Reggimento 81 morti, 141 feriti e 10 dispersi.

(Didascalia)

Il Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando rende omaggio al Brigadiere Martino Veduti in occasione della cerimonia per la consegna al Sottufficiale della Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Il Brigadiere, di guardia ad una polveriera sul Fronte Giulio, era riuscito a disinnescare coi denti, non riuscendovi con le mani, la miccia accesa collegata ad un ordigno ad altissimo potenziale.

2) L’attacco alla quota 240 del Podgora
A sinistra, alcune pagine del Diario di Guerra del Col. Antonio Vannugli, Comandante del Reggimento Mobilitato dell’Arma dei Carabinieri per il conflitto con l’Austria (1915-1918). E’ la prima volta che il prezioso documento viene pubblicato, dopo essere stato rinvenuto presso l’Archivio dello Stato Maggiore Esercito. In esso risulta elencata la forza presente sulle pendici del Podgora per l’azione del 19 luglio 1915, costituita da 28 Ufficiali e da 1236 uomini di truppa su tre Battaglioni, più una Sezione mitragliatrici.

Nell’illustrazione di queste pagine, ricavata da disegni di Achille Beltrame, il momento dell’attacco alla quota 240 dell’altura del Podgora. Il Comandante della Brigata “Pistoia”, dopo la battaglia, annotò nel suo Diario di Guerra: “I Carabinieri stettero saldi e impavidi sotto la tempesta di piombo e di ferro che imperversava da ogni parte”.

3) La fiamma dell’Arma anche nei cieli
Aveva esordito in Libia, nella guerra italo-turca del 1912-13, l’Aeronautica Militare italiana, non come Arma, ma quale specialità aperta a tutti i Corpi armati. In tale circostanza si era distinto un giovane capitano d’Artiglieria, Riccardo Moizo, che nel 1935 sarebbe stato nominato Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri. Con la Prima Guerra Mondiale (1915-18) l’aviazione ebbe il collaudo definitivo per il suo impiego come mezzo di offesa e di ricognizione, riscuotendo l’adesione volontaria di numerosi militari di quasi tutti i Corpi armati. L’Arma dei Carabinieri non si sottrasse all’affascinante richiamo, rispondendo generosamente con 173 suoi uomimi, tra Ufficiali, Sottufficiali e Carabinieri, che si distinsero con le loro imprese durante le battaglie dell’Ortigara, dell’Isonzo, della Bainsizza, nella  controffensiva del Montello ed infine nell’epica conclusiva battaglia di Vittorio Veneto. Una Medaglia d’Oro, undici d’Argento, otto di Bronzo e una Croce di Guerra al Valor Militare sono le decorazioni che testimoniano una serie di drammatici e memorabili duelli aerei cui presero parte i Carabinieri pionieri dell’aviazione

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Tenente pilota Ernesto Cabruna, Medaglia d’Oro al Valor Militare per le sue imprese aviatorie durante la Grande Guerra. Nella fotografia è col grado di Sottotenente. La copertina dedicata dalla “Domenica del Corriere” alla memorabile impresa del Tenente Cabruna: il vittorioso scontro con 11 aerei austriaci nel cielo di Conegliano.

Sotto, l’aereo S.P.A.D. VII col quale il Tenente pilota dei Carabinieri Ernesto Cabruna effettuò durante la Grande Guerra una serie leggendaria di imprese. L’apparecchio è conservato presso la Scuola Ufficiali Carabinieri di Roma, ove è stato realizzato un apposito padiglione dedicato ai Carabinieri pionieri dell’aviazione. A destra, la ricostruzione della baracca-comando della77° Squadriglia Caccia a cui apparteneva il Tenente Cabruna.

4) Nella lontana Siberia per la salvezza degli irredenti
Nel secondo anno della Guerra tra l’Italia e l’Austria (1915-18) per l’esercito asburgico si pose il problema degli irredenti (friulani, triestini, istriani e almati) chiamati a combattere contro gli Italiani e, sul fronte orientale, contro i Russi. In molti, nel 1916, caddero prigionieri dell’armata zarista. Sorprendentemente non fu l’Austria ad intervenire presso il governo di Mosca affinché a quella moltitudine di militari fossero risparmiati i disagi e le sofferenze di deportazioni in regioni proibitive per la stessa sopravvivenza; fu invece l’Italia a preoccuparsene e a nominare una speciale Commissione per la ricerca capillare sull’intero territorio russo di quella massa di sventurati. Della missione facevano parte tre Ufficiali dei Carabinieri, il Maggiore Giovanni Squillero, il Capitano Cosma Manera e il Capitano Nemore Moda. Scegliendo la via del Baltico per raggiungere la Russia, la Commissione s’imbarcò a Newcastle, in Inghilterra, e attraverso la Norvegia, la Svezia e la Finlandia, raggiunse Pietrogrado, ove pose la sua sede operativa, mentre il centro di raccolta venne posto a Kirsanov, più a sud. I risultati furono presto esaltanti. Già nel mese di settembre un primo contingente di 1698 ex prigionieri poté imbarcarsi ad Arcangelo, sul Mar Baltico, alla volta dell’Inghilterra e quindi della Francia. Fu poi la volta di un secondo e di un terzo contingente, che portarono a circa 4000 il numero degli uomini messi in salvo dalla “Legione Redenta”, nome attribuito a quel nucleo di militari di armi diverse. Da quel momento in poi, per l’eccezionale impegno profuso nell’impresa dal Capitano Manera, nel frattempo promosso Maggiore, l’operazione s’identificò nella figura dello stesso Ufficiale con l’appellativo di “Missione Manera”. Il terreno operativo si spostò nell’anno successivo nella lontana Siberia, nella Baia di Gornostaj, che si prestava tatticamente per la vicinanza del porto di Vladivostok. Attraverso marce forzate, con l’ausilio dei pochi treni in esercizio sulla linea transiberiana, 1800 uomini riuscirono a raggiungere quella estrema località asiatica, ove costituirono una vera unità militare italiana, divisa in tre Compagnie.

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A destra, il Maggiore Manera tra gli Ufficiali della “Legione Redenta”, la caserma in cui erano alloggiati gli ex prigionieri e la foto ricordo alla base delle Piramidi durante il viaggio di ritorno attraverso la rotta delle Indie. La foto in alto, a destra, ritrae la “Legione Redenta” prima del viaggio di ritorno in Patria.

5) Il doloroso dopoguerra
All’indomani della vittoria, che aveva causato 600.000 morti, si creò in Italia un diffuso senso di amarezza e insofferenza. In tale contesto, l’Arma si trovò quindi a rappresentare l’autorità dello Stato nella gestione dell’ordine sociale. Fra i numerosi episodi verificatisi si annovera l’uccisione del Brigadiere Giuseppe Ugolini, colpito mentre si recava solitariamente, a Milano, per raggiungere il nuovo comando di Stazione ove era stato destinato.

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A sinistra, l’aggressione mortale subita a Milano dal Brigadiere Giuseppe Ugolini. Malgrado fosse solo, il militare reagì a colpi di moschetto. Il grave episodio indusse il Comune di Milano a dichiarare il lutto cittadino e a tributare al militare un solenne funerale, cui partecipò una folla imponente. Alla Memoria del Sottufficiale venne poi assegnata la Medaglia d’Oro al Valor Militare. A destra, scontro tra militari dell’Arma e facinorosi nel Ferrarese durante il primo dopoguerra. Sotto, un reparto dei “Battaglioni Mobili Autonomi Carabinieri” a protezione della Prefettura di Roma nel 1920. I Battaglioni vennero istituiti nell’ottobre 1919 per concorrere con le Legioni Territoriali alla difesa del Paese e dell’ordine pubblico.

6) Contro la mafia in Sicilia
Doveva essere il colpo di grazia alla mafia siciliana. A scatenare la determinazione del Capo del Governo era stato l’affronto fatto da un capo-mafia di Piana dei Greci in occasione del primo viaggio in Sicilia, dopo l’assunzione del potere. “Voscenza, è sotto la mia protezione.

Che bisogno aveva di tanti sbirri che si è portato dietro?” Tornato a Roma, Mussolini diede l’incarico all’ex Prefetto di Bologna, Cesare Mori, al momento in pensione, di raggiungere la Sicilia, con pieni poteri: “Vostra Eccellenza – gli scrisse – ha carta bianca, l’autorità dello Stato deve essere assolutamente, ripeto assolutamente, ristabilita in Sicilia”. Per un tale impegnativo incarico, fu messa a disposizione del Prefetto Mori l’intera struttura operativa della Milizia, ma l’offerta venne declinata, salvo per una scarsa aliquota rappresentativa; egli volle i Carabinieri, conoscendone la collaudata esperienza in quel difficile ambiente ed il radicato inserimento tra le popolazioni siciliane.

E li ottenne. Un intero Battaglione e tutta la struttura territoriale dell’Arma delle zone interessate vennero messi a sua disposizione, per un totale di oltre 800 uomini, al comando del Maggiore Giuseppe Artale. Le attività presero avvio nell’estate del 1925 ed i risultati non tardarono a giungere. Dopo circa quattro anni dall’inizio del suo mandato, il 24 giugno 1929 da Roma partì un laconico dispaccio telegrafico per il Prefetto Mori: “Con R.D. in corso V.E. è stata collocata a riposo per anzianità di servizio a decorrere dal 16 luglio. La ringrazio dei lunghi e lodevoli servizi resi al Paese. Firmato Ministro Mussolini”. Quel periodo costò all’Arma 15 caduti e 350 feriti.

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Il comune di Gangi, nelle Madonie, posto sotto assedio dal Prefetto Mori nel gennaio 1926. L’operazione, condotta dai Carabinieri, portò all’arresto di oltre 400 latitanti.

La ricostruzione cinematografica dell’arresto di Gaetano Ferrarello, capo della malavita delle Madonie.

Il Maggiore Giuseppe Artale, Comandante dei Nuclei Interprovinciali della Sicilia durante il periodo del Prefetto Mori. Accanto gli è il Maresciallo Paolo Bordonaro, uno dei Sottufficiali più esperti in materia di lotta alla mafia. Si distinse per un’inchiesta che portò alla contemporanea incriminazione di 273 affiliati alla malavita.

A sinistra, il “processo verbale” della Compagnia Interna dei Carabinieri di Agrigento, col quale vennero imputati di “associazione per delinquere” 121 individui operanti in una vasta zona della Sicilia centrale.

L’attività, avviata durante il “periodo Mori”, venne conclusa nel 1930, quando lo stesso Prefetto aveva già lasciato l’incarico.

Per l’incisiva azione svolta contro la criminalità siciliana, vennero concesse ai militari dell’Arma 124 Medaglie d’Argento e 47 di Bronzo al Valor Militare, 6 Medaglie al Valor Civile, 14 attestati di Pubblica Benemerenza e 50 Encomi Solenni.

 

7) A perpetuare le nobili tradizioni della nostra Cavalleria
Il 9 luglio 1933, nella coreografica cornice di Piazza di Siena, a Roma, gli Squadroni a Cavallo dei Carabinieri offrirono per la prima volta ai romani lo spettacolo del Carosello Storico, destinato a perpetuare, unico, le tradizioni dei Reggimenti a Cavallo dell’Esercito Italiano.

L’esibizione diede l’occasione al pubblico della capitale di ammirare tutte le uniformi indossate dai Carabinieri dalla loro origine. Infatti, gli uomini degli Squadroni si presentarono con le “monture” che avevano segnato i momenti cruciali della loro storia, in particolare Pastrengo, la cui carica venne magistralmente simulata, suscitando, come ancora oggi avviene, l’entusiasmo degli spettatori.

7 bis) La Banda dei Carabinieri oltre i confini nazionali
Nel 1934, la Banda dei Carabinieri si esibì a Parigi, entusiasticamente accolta dalla popolazione e dalla stampa francese. Nel 1937 fu a Berlino, a Stoccarda e nel Principato di Monaco e nel 1939 in Spagna, per approdare negli Stati Uniti nel 1956, in occasione del “Columbus Day”. Nata nel 1910 come “Banda della Legione Allievi”, nel 1920 era stata elevata al rango di “Banda dell’Arma dei Carabinieri”, continuando una serie di concerti all’estero di grande rilievo, iniziati nel 1916 a Parigi. Diretta fino al 1925 dal Maestro Luigi Cajoli, in quell’anno fu affidata alla guida di Luigi Cirenei, che proiettò il complesso bandistico verso dimensioni orchestrali.

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La Banda dell’Arma nel cortile della Legione Allievi Carabinieri di Roma negli anni ’30 del secolo scorso.

Il complesso musicale era allora diretto dal Maestro Luigi Cirenei, autore nel 1929 della “Fedelissima”, Marcia d’Ordinanza dell’Arma dei Carabinieri.

Nella pagina a fianco e in alto, le copertine dedicate dal più diffuso settimanale italiano illustrato al primo Carosello storico e alla prima tournée (Giuseppe Rava) della Banda a Parigi.

8) Dalla cronaca alla leggenda
Nel cinquantennio rievocato da questo Calendario si è sviluppata l’attenzione della stampa per l’attività di servizio dei Carabinieri. Il famoso illustratore Achille Beltrame addirittura sosteneva che una tavola a colori di prima pagina avrebbe acquistato maggiore credibilità se vi fosse stata la presenza di un militare dell’Arma. Pertanto un soccorso in alta montagna, la cattura di pericolosi banditi, l’intervento lungo una linea ferroviaria per scongiurare un disastro, il salvataggio di persone dalle acque di un torrente, l’assistenza alle popolazioni in caso di calamità naturali, divennero i temi per alimentare le copertine dei vari giornali. Gli autori delle tavole, tra i quali vanno ricordati anche Vittorio Pisani e Walter Molino, hanno così affidato all’immaginario collettivo scene destinate a diventare leggenda.

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Cattura del brigante Stocovich e dei suoi complici a Roveria di Pola; il fuorilegge era ricercato quale autore di quattro omicidi.

Alla brillante operazione venne dedicata questa tavola dalla “Tribuna Illustrata” nel 22 gennaio 1933.

A destra, salvataggio sui ghiacciai del Cervino avvenuto nell’autunno del 1933.

Già un secolo prima un Carabiniere aveva operato il primo soccorso in alta montagna sul Moncenisio, ove la carrozza di un gentiluomo inglese era rimasta bloccata da una tormenta di neve.

Il Carabiniere Cipriano Gabencel era riuscito da solo a salvare il malcapitato e la sua famiglia, declinando poi la ricompensa di mille franchi offertagli per il suo generoso intervento: “la mia paga mi basta”, disse il militare proseguendo per il suo servizio.

A sinistra, a Chiaravalle, in provincia di Ancona, un Carabiniere, sparando alcuni colpi di pistola in aria, richiama l’attenzione del macchinista di un treno, che stava per investire un camion fermo sui binari a causa di un guasto meccanico.

9) Il monumento al Carabiniere
L’idea di dedicare un monumento al Carabiniere risale all’immediato primo dopoguerra. Tuttavia, l’iniziativa si deve ad una donna, la signora Ildegarde Occella, Presidente dell’Istituto Nazionale per le Biblioteche dei Soldati che, agli inizi dell’anno 1933, su ispirazione della Principessa Laetitia di Savoia, volendo interpretare i sentimenti degli italiani, decise di elevare un monumento che potesse ricordare, attraverso i tempi, le glorie dei Carabinieri. La bontà dell’intuizione ebbe riscontro nell’adesione corale che i Comuni d’Italia diedero ad un apposito Comitato d’Onore, patrocinato dalla Regina Margherita, ed alla Commissione esecutiva presieduta dal Generale Carlo Petitti di Roreto, già Comandante Generale dell’Arma.

In breve si ebbe l’adesione plebiscitaria di tutti i Comuni del Regno, che vollero contribuire alla realizzazione del monumento con donazioni spontanee, le cui delibere sono tutte raccolte in 93 volumi conservati presso il Museo Storico dell’Arma, in Roma.

L’offerta più cospicua venne dalla Capitale, 500 lire. La scelta della località in cui  erigere il monumento cadde per consenso unanime sulla città di Torino, che aveva dato i natali al “Corpo dei Carabinieri” nel 1814. Il suo Sindaco, conte Paolo Thaon di Revel, nel prendere in consegna l’opera realizzata dallo scultore Edoardo Rubino, volle ricordare che la “storia dei Carabinieri più che secolare, scritta tutta di eroismi e di abnegazione in difesa della Patria, del Diritto e della Legge, è, in guerra come in pace, una ininterrotta elevazione, una costante fulgida affermazione di virtù militari e civili”. La cerimonia di inaugurazione avvenne il 22 ottobre 1933 con la partecipazione di rappresentanze giunte da ogni angolo d’Italia.

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L’epigrafe riprodotta a sinistra è incisa sulla base del monumento al Carabiniere, a Torino.

Gravemente danneggiato il 12 agosto del 1943 nel corso di una incursione aerea, il monumento risorse dopo la guerra e venne restituito all’ammirazione degli Italiani con una solenne cerimonia alla presenza del Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi. Prendendo la parola a nome del Governo, l’on. Luigi Meda disse: “Risorge, questo monumento, ancora più glorificato dal contributo di valore e di sangue offerto dai Carabinieri nella lotta partigiana, risorge nella consacrazione di un rito, al quale è spiritualmente presente tutto il popolo italiano, al quale sono presenti in spirito tutti i Carabinieri, i morti ed i vivi, tutti uniti in una benedizione ed in una promessa: la benedizione di coloro che più non sono, la promessa dei Carabinieri e dei cittadini di difendere in ogni momento, contro qualsiasi offesa, il diritto e la libertà riconquistata”.

 

10) Il dono della Bandiera ai fedeli Carabinieri
Al Sindaco di Castelnuovo di Magra (La Spezia) apparve inconcepibile che la Stazione Carabinieri del suo paese non esponesse il Tricolore in occasione delle vittorie italiane nella guerra in corso contro l’Austria. Era il 30 settembre 1916 quando decise di chiederne ragione per iscritto al Comandante Generale dell’Arma.

Una prima risposta ad analogo quesito l’aveva già avuta dal Comando della Legione di Torino, nel senso che tutte le Caserme non erano dotate del vessillo nazionale. L’iniziativa di quel Sindaco fu la scintilla che infiammò l’entusiasmo degli Italiani, dopo che il Ministro della Guerra diede il suo assenso a fare donazione della Bandiera alle caserme dell’Arma. La cittadinanza di Castelnuovo di Magra fu naturalmente la prima a donare il Tricolore alla locale Stazione dei Carabinieri. Il dono della Bandiera, durato fino a metà degli anni 30 del secolo scorso, fu, inoltre, l’occasione per stimolare feste popolari, un rito domenicale nel quale le genti si ritrovarono unite gioiosamente accanto ai loro Carabinieri.

11) Di nuovo in guerra
Il 10 giugno 1940 l’Italia entrò nel conflitto scatenato dalla Germania nell’autunno dell’anno precedente. I fronti aperti dall’esercito tedesco, dal Baltico ai Balcani, dalla Francia al Mar Caspio, delineavano le proporzioni della guerra, che nella primavera del 1942 avrebbe investito l’intero pianeta. Il nostro Esercito si trovò a sostenere lo sforzo bellico sul fronte francese, su quello greco-albanese, in Africa settentrionale, in Africa orientale e, per solidarietà con l’alleata Germania, sullo sconfinato scacchiere russo. L’Arma dei Carabinieri partecipò in armi su tutti i fronti con un contingente complessivo di 53.000 uomini. Particolarmente impegnativa risultò la campagna sul fronte orientale, ove i Carabinieri furono presenti con un Comando d’Armata, 3 Comandi a livello di Corpo d’Armata, 10 Comandi di Divisione, il XXVI Battaglione, l’8 a Compagnia per l’Intendenza, 45 Sezioni e 15 Nuclei. Il settore operativo assegnato ai reparti dell’Arma fu la zona di Rostov, lungo il bacino del fiume Don. Anche in terra russa i militari dell’Arma furono all’altezza delle loro tradizioni, con episodi di valore collettivo e individuale, come quello del Carabiniere Plado Mosca, illustrato a fianco.

(didascalia)

Serrata in una morsa poderosa da parte dei russi, la Divisione Torino, nella piana del fiume Don, sarebbe stata annientata se l’accerchiamento non fosse stato infranto dall’ardimento del Carabiniere Plado Mosca, che si lanciò a cavallo contro il nemico, in un gesto disperato, impugnando il Tricolore e trascinando nella carica centinaia di suoi commilitoni. La travolgente azione riusciva a spezzare il cerchio di ferro e fuoco, consentendo all’intera Unità di porsi in salvo. Al Carabiniere Mosca, falciato da una raffica di mitragliatrice, venne concessa la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria.

12) In Africa, il battesimo del fuoco del Battaglione Paracadutisti e la resistenza alla sella di Culqualber
In Africa settentrionale, a distinguersi particolarmente nel corso delle alterne vicende succedutesi nello scacchiere del fronte egiziano, fu il Battaglione Paracadutisti, che su quel fronte ebbe il battesimo del fuoco. Dislocato al bivio di Eluet el Asel durante il ripiegamento italiano del dicembre 1941, si rese protagonista di un episodio degno delle più fulgide pagine di eroismo dei Carabinieri, guadagnando nel suo primo inserimento in battaglia una Medaglia d’Argento al Valor Militare. Gli Inglesi, che dovettero impegnare forze rilevanti per superare la tenace resistenza dei Carabinieri Paracadutisti, comandati dal Maggiore Edoardo Alessi, tramite la voce di Radio Londra affermarono che essi “si erano battuti come leoni e che fino allora, in Africa, non avevano mai incontrato così accanita resistenza”.

Il lontano settore dell’Africa Orientale era rimasto presidiato quasi esclusivamente dai Carabinieri, impegnati a consolidarvi la presenza italiana e ad estenderla anche alle regioni occidentali, mai interamente occupate. Circondato da ogni parte dall’apparato bellico inglese, il territorio etiopico altro non poteva offrire alle nostre esigue truppe che l’occasione per una eroica resistenza. E tale fu infatti quella opposta dai Carabinieri del Maggiore Alfredo Serranti sui rilievi rocciosi di Culqualber. I Carabinieri, trinceratisi sulle aspre alture di quel deserto, tennero in scacco gli Inglesi dalla primavera all’autunno del 1941. Il loro eroismo è racchiuso nella frase del Bollettino di Guerra n. 539: “Nell’epica difesa si è gloriosamente distinto, simbolo del valore dei reparti nazionali, il Battaglione Carabinieri, il quale, esaurite le munizioni, ha rinnovato sino all’ultimo i suoi travolgenti contrattacchi all’arma bianca. Quasi tutti i Carabinieri sono caduti”. Per l’episodio di Culqualber la Bandiera dell’Arma è stata insignita di Medaglia d’Oro al Valor Militare.

(didascalie)

Maggiore Edoardo Alessi, Comandante del Battaglione Carabinieri Paracadutisti, impegnato nel 1941 a contrastare l’avanzata degli Alleati in Cirenaica. L’Ufficiale, col grado di Tenente Colonnello e col nome di battaglia di “Comandante Marcello”, partecipò alla lotta partigiana contro i tedeschi, rimanendo ucciso.

(Medaglia d’Argento al Valor Militare).

Maggiore Alfredo Serranti, Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria

13) Il Comandante Generale Hazon e il Capo di S. M. Barengo caduti in servizio
Erano le 11,40 del 19 luglio 1943. Da poco era cessato il primo terrificante attacco aereo degli Alleati contro la città di Roma. La zona più colpita era stata quella dello scalo ferroviario di San Lorenzo. Le sirene avevano da poco terminato di scuotere l’attonito sgomento della cittadinanza romana. Il Comandante Generale dell’Arma, Azolino Hazon, si affacciò nella stanza del suo Capo di S. M., Col. Ulderico Barengo, dicendogli: “Occorre andare, non c’è da perdere un minuto; a San Lorenzo c’è da organizzare i soccorsi”. A bordo dell’auto di servizio, lanciata a tutta velocità lungo il viale Regina Margherita, i due uomini avevano appena raggiunto la Città Universitaria, quando una pioggia di ordigni cominciò a riversarsi sulla zona. La strada era ormai interamente sconvolta dagli scoppi delle bombe da 500 libbre. Ancora pochi metri e poi si sarebbe dovuto proseguire a piedi. Non ci fu il tempo. Una bomba esplose vicino all’auto con a bordo il Gen. Hazon e il Col. Barengo, che perirono all’istante. Alla loro Memoria venne poi concessa la Medaglia d’Argento al Valor Militare con la seguente motivazione: “ Mentre accorrevano sui luoghi maggiormente colpiti per recarvi il contributo della loro presenza animatrice a riaffermare la tradizionale dedizione dell’Arma dei Carabinieri a favore della comunità, erano qui travolti dall’esplosione di ordigno aereo, sacrificando la nobile esistenza e fondendo generosamente il sangue con quello delle innocenti vittime cittadine nel glorioso martirio che indicò alla Nazione la via della libertà e della democrazia”.

(didascalie)

Sotto, il Gen. Azolino Hazon, Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri dal 23 febbraio al 19 luglio 1943. Era transitato dal Corpo degli Alpini all’Arma dei Carabinieri, divenendone nel 1940 Vice Comandante Generale. Gli è accanto il Col. Ulderico Barengo, Capo di Stato Maggiore dell’Arma dal 12 ottobre 1940, che viene ricordato anche quale profondo cultore di storia risorgimentale e per l’impulso dato all’editoria dell’Arma e all’archiviazione dei cimeli dell’Istituzione.

A destra, alcune pagine del registro con le firme delle personalità che resero omaggio alle salme dei due alti Ufficiali nella camera ardente allestita nella Caserma della Legione Allievi Carabinieri di Roma.

Il documento, conservato nel Museo Storico dell’Arma, riunisce gli autografi di tutte le personalità presenti in quel momento nella Capitale, dal Capo del Governo al Principe Borghese, Governatore di Roma.

Nella foto in basso, le stesse personalità durante i funerali.

14) L’eroe di Palidoro
Con l’abbandono della Capitale da parte del Sovrano e del Governo, avvenuta all’alba del 9 settembre 1943, si erano create le condizioni perché l’Italia si trovasse divisa in due: il sud di Roma parzialmente liberato dagli Alleati e precariamente ancora in regime monarchico, con la corte dapprima a Brindisi, poi a Salerno; il restante territorio controllato dai tedeschi, che si accingevano ad occuparlo militarmente.

In assenza nella Capitale di un Governo, organo di riferimento supremo per l’Arma dei Carabinieri, il Comandante Generale, Angelo Cerica, ritenne di dover sciogliere il Comando Generale, inviando a tutti i reparti la consegna di “restare al loro posto”, per continuare a presidiare il territorio. Fu l’occasione per ogni militare dell’Arma di assumere individualmente la responsabilità di assicurare, in ogni angolo del Paese, la protezione della cittadinanza.

E’ in questa chiave che va letto il gesto del Vice Brigadiere Salvo D’Acquisto, il quale, il 23 settembre del 1943, si assunse la responsabilità di un pretestuoso attentato ai tedeschi, in località Palidoro, per salvare la vita di ventidue innocenti civili tenuti in ostaggio. I nazisti lo giustiziarono senza esitazione ai piedi della torre da cui prende il nome il piccolo borgo della costa laziale, a pochi chilometri da Roma. Fu l’inizio di una serie di eroici atti di sacrificio di cui si resero protagonisti i Carabinieri per liberare il territorio nazionale dall’occupazione tedesca.

14 bis) I tre martiri di Fiesole
Non dissimile dal gesto di Salvo D’Acquisto fu l’episodio che portò i Carabinieri Fulvio Sbarretti, Alberto La Rocca e Vittorio Marandola a sacrificare la loro giovane vita per salvare quella di dieci ostaggi della comunità di Fiesole, nella cui Stazione dell’Arma prestavano servizio. Alla fine del mese di luglio del 1944 gli Alleati si accingevano a liberare Firenze, nelle cui strade le forze della Resistenza locale già contrastavano con le armi il ripiegamento dei tedeschi. Era il momento per i militari della Stazione di Fiesole, impegnati clandestinamente nella lotta ai nazisti, di unirsi alle formazioni partigiane operanti nel capoluogo toscano per contribuire all’insurrezione popolare.

Quando i tedeschi vennero a conoscenza che la Stazione Carabinieri di Fiesole era stata chiusa e che i suoi componenti si erano uniti agli insorti, minacciarono di fucilare dieci ostaggi, catturati a caso tra la popolazione del piccolo borgo fiorentino, se i militari di quella Caserma non si fossero ripresentati immediatamente.

I Carabinieri La Rocca, Sbarretti e Marandola raccolsero l’ultimatum e, il 12 agosto di quell’anno, si recarono al comando tedesco di Fiesole, affinché gli ostaggi venissero liberati. I dieci innocenti vennero così rilasciati, mentre i tre giovani Carabinieri vennero fucilati subito dopo. Il martirio di Fiesole è da ricordare come episodio, forse unico nella storia, di consapevole coscienza di una sorte tragica, affrontata dai tre uomini con unanime determinazione. A guerra conclusa, alla Memoria dei tre militari venne concessa la Medaglia d’Oro al Valor Militare.

15) Il “Fronte Clandestino di Resistenza dei Carabinieri”
Dopo l’8 settembre 1943, data dell’armistizio dell’Italia con gli Alleati, l’unica forza armata ancora unitariamente attiva sul territorio nazionale era l’Arma dei Carabinieri, la cui struttura ordinativa non poteva non turbare i piani germanici per l’occupazione militare del nostro Paese. Pertanto, il 7 ottobre 1943, i nazisti attuarono a Roma un massiccio attacco alla Caserma della Legione Allievi Carabinieri, conclusosi con la deportazione di circa 2.500 militari dell’Arma. L’operazione, condotta con un dispositivo di forze composto da mezzi corazzati e da reparti d’assalto, era stata preceduta da un dispaccio del Gen. Graziani, Ministro per la Difesa Nazionale della RSI, con cui si ordinava il “Disarmo dei Carabinieri in Roma”, ingiungendo agli Ufficiali di “restare nei rispettivi alloggiamenti sotto pena, in caso di disobbedienza, di esecuzione sommaria e di arresto delle rispettive famiglie”. La deportazione indusse il Generale Filippo Caruso (nell’immagine a sinistra) a creare il “Fronte Clandestino di Resistenza dei Carabinieri”, forte di 6.000 uomini. La formazione era composta da reparti dislocati nell’Italia centrale, da un “Raggruppamento Territoriale” e da un “Raggruppamento Mobile”, entrambi strettamente collegati con le unità partigiane operanti nelle altre regioni.

Del “Fronte” facevano parte il T. Col. Giovanni Frignani e i Capitani Raffaele Aversa e Paolo Vigneri, Ufficiali che il 25 luglio precedente avevano arrestato Benito Mussolini. Intanto anche nei territori dell’Italia meridionale non ancora liberati dagli Alleati era iniziata da parte dei Carabinieri la resistenza ai tedeschi, che non esitarono ad attuare nei loro confronti la più spietata repressione, come accadde a Teverola, in provincia di Napoli, ove vennero trucidati dai nazisti 14 Carabinieri.

L’occupazione militare di Roma da parte dei tedeschi segnò l’inizio di un loro maggiore impegno a contrastare l’azione dell’Arma rivolta a fiaccare il dispositivo militare e di repressione. Nelle carceri di via Tasso e di Regina Coeli, in seguito a delazione di elementi fascisti, finirono i più attivi esponenti della resistenza dei Carabinieri, primi fra tutti gli Ufficiali che avevano arrestato Mussolini. Il 23 marzo 1944 un’azione del GAP (Gruppo di Azione Partigiana) attuò a Roma, in via Rasella, un attentato contro una compagnia del Polizeiregiment Bozen. Restarono uccisi 33 nazisti.

La reazione di Hitler fu immediata e violenta: ordinò che per ogni tedesco rimasto ucciso venissero giustiziati dieci italiani, da prelevare tra i detenuti politici e di razza ebraica. L’indomani, 335 martiri vennero giustiziati nelle gallerie di una cava abbandonata, sulla via Ardeatina. Tra essi figuravano dodici militari dell’Arma. I loro nomi sono, da sinistra a destra nelle immagini in alto: Cap. Raffaele Aversa, Magg. Ugo De Carolis, Ten.Col. Giovanni Frignani, Ten. Col. Manfredi Talamo, Ten. Romeo Rodrigues Pereira, Ten. Genserico Fontana, Corazz. Calcedonio Giordano, Brig. Candido Manca, Car. Augusto Renzini, Car. Gaetano Forte, Mar. Francesco Pepicelli, Brig. Gerardo Sergi.

16) Nelle città liberate entrano i Carabinieri: è festa popolare
Dopo lo sfondamento della Linea Gotica da parte degli Alleati, la partecipazione delle formazioni patriottiche alla liberazione del Nord assunse un’incidenza determinante. Di esse facevano parte consistenti aliquote di Carabinieri, organizzate autonomamente o inserite in più organici raggruppamenti del Comitato di Liberazione Nazionale. In alcuni casi, i militari dell’Arma ricoprirono ruoli di comando, come il Brigadiere Alberto Araldi, il leggendario “Comandante Paolo”, che alla testa della 3 a Brigata partigiana della Divisione “Piacenza” tenne testa, nel Piacentino, alla Divisione tedesco-mongola “Turkestan”, nel tentativo di catturarne il comandante.

Tradito da una delazione, il Brigadiere Araldi cadde in un’imboscata e venne fucilato senza alcun processo. Alla sua Memoria fu concessa la Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Al momento dell’insurrezione generale, i Carabinieri parteciparono dovunque alla liberazione delle città del Nord, come a Reggio Emilia, ove il Brigadiere Giuseppe Morelli entrò in città alla testa del distaccamento della Brigata partigiana “Fiamme verdi” da lui comandato; oppure a Piacenza, liberata il 28 aprile 1943 dalla Divisione del Tenente Fausto Cossu; come pure a Milano, ove giunsero nei giorni 25, 26 e 27 aprile dello stesso anno i 700 Carabinieri della “Banda Girolamo” del Maggiore Ettore Giovannini. Quando nella capitale lombarda, qualche giorno dopo, arrivarono gli Alleati, trovarono l’Arma interamente ripristinata nelle sue sedi e in piena attività istituzionale. Dall’8 settembre 1943 all’aprile 1945 il tributo dell’Arma alla liberazione del suolo nazionale è riassunto nello specchio a lato.

PERDITE DELL’ARMA NELLA GUERRA DI LIBERAZIONE

Caduti 2.735

Feriti 6.521

 

RICOMPENSE ALLA BANDIERA DELL’ARMA

Medaglia d’Argento al Valor Militare

 

A SINGOLI MILITARI

2 Croci di Cavaliere dell’Ordine Militare d’Italia

32 Medaglie d’Oro al Valor Militare

122 Medaglie d’Argento al Valor Militare

208 Medaglie di Bronzo al Valor Militare

304 Croci di Guerra al Valor Militare

 

17) E’ Repubblica!
Il 2 giugno del 1946 gli Italiani vennero chiamati alle urne per decidere sulla forma costituzionale dello Stato: Monarchia o Repubblica.

Per la prima volta nella storia del Paese il voto venne esteso alle donne.

I risultati diedero 12.717.923 voti alla Repubblica e 10.719.284 alla Monarchia.

Presidente provvisorio dello Stato venne nominato il senatore Enrico De Nicola, che si insediò il 1° luglio 1946. Nella fotografia a destra lo vediamo mentre si reca dal Senato al Quirinale, scortato da un drappello del “3° Squadrone Carabinieri a cavallo”, denominazione assunta dal reparto “Carabinieri Guardie del Re”, ossia i Corazzieri, dopo la partenza per l’esilio di Umberto II di Savoia. Lasciando il Quirinale, l’ultimo Re d’Italia aveva sciolto i Corazzieri dal giuramento di fedeltà alla Corona, ma non all’Italia. Si nota dalla fotografia che i militari indossano alcuni elementi dell’uniforme da Corazziere, come i guanti con crispini. Anche la gualdrappa faceva parte della bardatura del reparto d’origine.

Nel 1948 i Corazzieri vennero ufficialmente denominati Carabinieri Guardie del Presidente della Repubblica.

 

17 bis) La nuova struttura dell’Arma dei Carabinieri
Dopo due guerre e un lungo periodo di gravoso e cruento impegno operativo per assicurare al Paese traguardi di normalità, l’Arma ebbe a contare perdite molto rilevanti, sia nell’organico che nelle dotazioni logistiche.

Il Paese aveva conquistato la democrazia, ma parallelamente doveva rinascere da un passato di rovine e di bisogni. Alla necessità di un nuovo regolamento e di una rinvigorita struttura dell’Arma provvide un Decreto Luogotenenziale del 31 agosto 1945, in virtù del quale la forza venne fissata in 65.000 unità.

Contemporaneamente, venne avviato un processo di ammodernamento delle strutture operative, tese ad adeguare l’Istituzione ai progressi tecnici in atto nel mondo.

 

18) Dalla Sicilia all’Alto Adige, l’Arma ancora in prima linea
Nel dopoguerra i Carabinieri furono chiamati a fronteggiare nuove forme di delittuosità, dagli schemi inediti e dai disegni dirompenti. Mentre nel nord del Paese si manifestava con insolita efferatezza la criminalità urbana, in Sicilia prendeva forma un inquietante sentimento di pseudo-indipendentismo, in nome del quale operavano agguerrite formazioni banditesche.

In Alto Adige, poi, trovava facile terreno il terrorismo a sfondo etnico. L’Arma si trovò così a dover combattere contro nuovi nemici, che utilizzavano schemi delittuosi evoluti rispetto a quelli tradizionali del passato.

I nomi del Capitano Francesco Gentile, del Tenente Salvatore Pennisi, del Maresciallo Ettore d’Amore, del Carabiniere Clemente Bovi, tutti decorati di Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria, sono legati ad altrettante operazioni risolutive dei fenomeni delinquenziali ed eversivi che caratterizzarono la fine del terzo cinquantennio di vita dell’Arma. Dedicando all’Arma un ampio servizio illustrato, un diffuso settimanale titolò: “I Carabinieri sono sempre in guerra per farci vivere in pace”.

Erano i giorni della strage di Ciaculli, una borgata nei pressi di Palermo, in cui persero la vita il Tenente Mario Malausa e quattro Carabinieri.

(didascalia)

Nella pagina a fianco, l’eroismo, rimasto ignoto, di un Carabiniere lanciatosi tra le fiamme per salvare un motociclista coinvolto in un grave incidente stradale, alla periferia di Roma.

Sotto, un agguato subito dai Carabinieri nei pressi di Orgosolo, in Sardegna, ove imperversavano le feroci bande Liandru, Tanteddu e Sanna-Sini, tutte assicurate alla giustizia. A destra, Il Carabiniere Vittorio Tiralongo, ucciso nel corso di un attacco terroristico alla caserma di Selva dei Molini, in Valle Aurina, durante la fase più acuta della campagna per il separatismo sud-tirolese.

 

19) Quattro militari dell’Arma «Giusti tra le Nazioni»
Nel Talmud, opera della letteratura ebraica post-biblica, è scritto che, in qualsiasi momento della storia, ci sono sempre Trentasei Giusti al mondo. Durante la persecuzione operata dai nazisti in danno del popolo di Israele, i Trentasei Giusti divennero un esercito di eroi, che rischiarono la loro vita per salvare ebrei dallo sterminio. In loro onore e per ricordare martiri dell’Olocausto venne creato a Gerusalemme il Memoriale di «Yad Vashem», sul Monte della Rimembranza, ove ad ogni Giusto è stato dedicato un albero, secondo l’insegnamento del profeta Isaia: “Io concederò nella mia casa e dentro le mie mura un monumento e… darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato”. Dei “Giusti tra le Nazioni”, riconosciuti tali da una speciale commissione, che ancora oggi opera sulla base di una severa valutazione delle testimonianze raccolte tra i sopravvissuti, fanno parte quattro militari dell’Arma dei Carabinieri: Giacomo Avenia, Osman Carugno, Carlo Ravera e Enrico Sibona. Erano tutti in servizio nelle province del nord Italia occupate dai nazisti dal 1943 e pertanto nelle condizioni più difficili per offrire aiuto agli ebrei perseguitati. Altri militari dell’Arma subirono essi stessi la deportazione nei campi di concentramento tedeschi per la loro scelta di altruismo, senza farne ritorno. A destra, la volta del padiglione della memoria nello «Yad Vashem», tappezzata da 600 fotografie di vittime della shoah. La scultura riprodotta qui sotto è opera di Marcelle Swergold, che trasse ispirazione dal filo spinato, tragico emblema dei campi di sterminio nazisti.

(didascalia)

A destra, il Presidente Giorgio Napolitano depone una corona di fiori nel Museo «Yad Vashem».

Alle sue spalle, il Presidente israeliano Shimon Peres. Nell’altra foto, il Presidente Giorgio Napolitano mette a dimora un albero nel «Parco dei Giusti», a Gerusalemme, dedicato ad un cittadino italiano che aiutò dei connazionali ebrei a sottrarsi alla cattura.

A sinistra, le foto dei quattro militari dell’Arma presenti nel Parco con un albero dedicato a ciascuno di loro.

 

20) Si illumina di medaglie il terzo cinquantennio di vita dell’Arma
Una prima Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Bandiera dell’Arma dei Carabinieri, presente sulla linea del fuoco nella Grande Guerra (1915-18), una seconda per la strenua resistenza a Culqualber, in Africa Orientale, nel corso del Secondo Conflitto Mondiale (1940-45), 65 Medaglie d’0ro e 3.011 d’Argento individuali al Valor Militare, 2 Medaglie d’Oro e 1.743 d’Argento individuali al Valor Civile, 1 Medaglia d’Oro e 22 d’Argento individuali al Valor di Marina, sono le decorazioni più brillanti che hanno arricchito il Medagliere dell’Arma durante il mezzo secolo di vita nazionale più inquieto dopo la nascita dello Stato unitario.

(didascalia)

Per raffigurare degnamente il valore espresso dai Carabinieri durante il cinquantennio celebrato con questo Calendario, la scelta non poteva non prediligere uno degli innumerevoli monumenti che in tutta Italia, nei grandi come nei piccoli centri, ricordano e onorano il sacrificio dei moltissimi caduti nella Grande Guerra, di cui 1.400 furono militari dell’Arma. Il monumento riprodotto a lato, opera dello scultore Enzo Puchetti, si erge nella piazza principale di Larino, un piccolo centro del Molise.

Il gruppo bronzeo celebra la Vittoria alata che sorregge un combattente della stirpe italica con benda attorno al capo, come era portata dagli antichi sacerdoti, dai vincitori, dalle vittime sacre, in segno di consacrazione dell’onore e della purezza.

Ricompense concesse

dal 1814 al 1964

ALLA BANDIERA

1 CROCE DI CAVALIERE

DELL’ORDINE MILITARE DI SAVOIA

2 MEDAGLIE D’ORO AL VALOR MILITARE

4 MEDAGLIE D’ARGENTO AL VALOR MILITARE

4 MEDAGLIE DI BRONZO AL VALOR MILITARE

2 MEDAGLIE D’ORO AL VALOR CIVILE

1 MEDAGLIA D’ARGENTO AL VALOR CIVILE

2 CROCI DI GUERRA AL VALOR MILITARE

1 MEDAGLIA D’ORO DI BENEMERENZA

PER IL TERREMOTO DEL 1908

 

INDIVIDUALI

19 CROCI DI CAVALIERE DELL’ORDINE MILITARE DI SAVOIA

3 CROCI DI CAVALIERE DELL’ORDINE MILITARE D’ITALIA

70 MEDAGLIE D’ORO AL VALOR MILITARE

1 MEDAGLIA D’ORO AL VALOR DI MARINA

9 MEDAGLIE D’ORO AL VALOR CIVILE

3011 MEDAGLIE D’ARGENTO AL VALOR MILITARE

22 MEDAGLIE D’ARGENTO AL VALOR DI MARINA

1743 MEDAGLIE D’ARGENTO AL VALOR CIVILE

5522 MEDAGLIE DI BRONZO AL VALOR MILITARE

39 MEDAGLIE DI BRONZO AL VALOR DI MARINA

2702 MEDAGLIE DI BRONZO AL VALOR CIVILE

3128 CROCI DI GUERRA AL VALOR MILITARE

6 CROCI DI GUERRA AL VALOR DI MARINA

1 MEDAGLIA D’ORO AL MERITO DELLA SANITÀ PUBBLICA

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