15 dicembre 2015 redazione@ciociaria24.net

Politici che “odiano” i giornalisti (di Alessio Porcu)

“Non condivido le tue idee ma mi batterò fino alla morte affinché tu possa esprimerle”.

La frase di Voltaire è sempre attuale. Chiariamoci subito: il giornalismo non deve aspettarsi nulla dalla politica, altrimenti tradirebbe il proprio ruolo. Ma la politica italiana “odia” la stampa. La legislazione sulla diffamazione non ha eguali nel mondo occidentale. La lite temeraria (cioè l’azione legale esperita con malafede, solo per spaventare il giornalista ed il suo editore con una maxi richiesta di risarcimento, pur consapevoli di avere torto) rappresenta una garanzia nel mondo anglosassone contro l’intimidazione ai giornalisti. In Italia è complicatissima una causa del genere. Malgrado gli annunci, riforme serie non sono state fatte, perché i politici vogliono continuare ad utilizzare la querela come un’arma di dissuasione. Di pressione.

Venendo al piano provinciale invece, la classe politica è rimasta a guardare di fronte a tutti i drammi che hanno riguardato la categoria. Ad esempio, quando ha chiuso la redazione de Il Tempo. O quando Ciociaria Oggi e La Provincia si sono ritrovate sull’orlo del precipizio ed hanno corso il serio rischio di cessare le pubblicazioni. Quando Il Quotidiano si è dovuto arrendere. Quando L’Inchiesta difende con il coltello tra i denti la propria posizione.

La classe politica si gira dall’altra parte anche quando le televisioni vanno in apnea, quando le radio chiudono. Non comprendendo che stanno venendo meno spazi di libertà, di opinione, di cronaca, di fatti. La classe politica locale giudica i giornali e le televisioni in base agli spazi che riesce ad occuparne. La classe politica locale non riesce a comprendere perché molti comunicati finiscono in fondo al cestino (perché non dicono nulla), non riesce a comprendere perché un giornalista effettua un’analisi, riporta delle vicende non presenti nelle “veline”, addirittura dà notizie di cene o pranzi. Anzi, giudica sospetto questo comportamento. Teme che faccia parte di un disegno ordito contro di lei. Un complotto.

La classe politica locale non comprende ancora che il suo peso specifico non viene determinato da quanti articoli riesce a far apparire, da quante citazioni ottiene, da quanti ettari di inchiostro copre su una pagina, da quanti servizi televisivi ottiene, in quanti fotogrammi appare. Se la classe politica locale conta tanto o non conta nulla dipende dal numero di soluzioni positive che riesce a determinare alle tante crisi del territorio. Si confonde ancora l’annuncio con il risultato, la promessa con la soluzione ottenuta.

Le aziende editoriali hanno lavoratori, che, come tutti gli altri, si ritrovano senza posto, senza stipendio, in difficoltà. Eppure non lo scrivono nemmeno sui… giornali. Per la dignità che questo mestiere comporta. La classe politica locale rischia di accorgersi troppo tardi che non ci saranno più “spazi” dove raccontare quello che fanno. Carta stampata e televisioni andrebbero tutelate per la funzione che svolgono. In altre parti d’Italia succede. Non per chiedere favori, ma per difendere il diritto e il dovere dell’informazione. Oltre che difendere posti di lavoro che sono uguali agli altri.

Ha ragione Tiziana Cardarelli: si dovrebbe fare fronte comune. Ma sarà impossibile. Perché non soltanto i politici “odiano” i giornalisti. Anche alcuni editori “odiano” i giornalisti per quello che rappresentano e sognano giornali fatti da tecnici e da persone senza competenze specifiche. Per abbassare la soglia dei diritti e, soprattutto, dei costi. Dimenticando che è la qualità a fare la differenza. E’ la qualità del racconto dei fatti, della loro analisi, a costruire l’autorevolezza di una testata. Perché per costruire una rotativa occorrono venti ore ma per costruire una firma credibile ed autorevole da poter mettere sui fogli che in quella macchina vengono stampati, spesso non bastano venti anni. E per distruggerla possono bastare venti minuti.

Alessio Porcu – www.alessioporcu.it

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