sabato 3 settembre 2016

“Nella Luce d’Italia”, il costume ciociaro (di Michele Santulli)

Riceviamo e pubblichiamo il seguente testo a firma del prof. Michele Santulli.

«“In the Light of Italy” è il titolo, in inglese, di una esposizione che sta avendo luogo, auspice il Governo Nazionale, in due città danesi e una norvegese e avente per oggetto la presenza di una comunità di artisti appunto danesi e norvegesi in Ciociaria, più precisamente a Sora e a Civita d’Antino tra il 1879 e il 1886. E’ uno spaccato artistico che fornisce solo una pallida idea di quello che, in effetti, è stata la terra di Ciociaria tra la fine del 1700 e le prime decadi del 1900 per gli artisti europei. Grazie agli innumerevoli pittori che hanno dipinto il personaggio in costume ciociaro o il brigante o il pifferaro, a quelli che hanno avuto sulla pedana davanti a loro la modella o il modello, a quelli che hanno letteralmente scoperto e amato certe località ciociare dal Grand Tour ad oggi e senza menzionare l’opera di scrittori e di compositori, possiamo affermare senza smentita alcuna che non c‘è soggetto pittorico così multiforme e poliedrico che abbia avuto tanta risonanza e tanto successo come quelli più sopra individuati, documentati di regola in tutte le istituzioni museali del pianeta!

E non solo Sora e Civita d’Antino ma Cervara di Roma, Anticoli Corrado, Subiaco, Cori, Terracina, Sezze, le Paludi Pontine, Genazzano, Itri e Fondi, Olevano, Picinisco, Balsorano, il fiume Liri e le sue cascate di Isola e, all’epoca!, di Anitrella, per limitarci, sono stati luoghi enormemente visitati e dipinti e amati a partire almeno dalle ultime decadi del 1700. Di tale autentica e incredibile apoteosi -del costume ciociaro, delle modelle di artista, delle località- le istituzioni ciociare pubbliche soprattutto ma anche private, e non solo ciociare!, per non ricordare i cosiddetti uomini politici, mai si sono accorti della loro esistenza, tutti presi a masticare cemento e asfalto e del genere! E quindi assistiamo a vicende paradossali per cui altrove e specie al di là delle Alpi si onorano e commemorano e valorizzano fatti e realtà e creature che al contrario nei luoghi di origine vengono, ancora oggi, spudoratamente e, ancora peggio, criminalmente, ignorati o negletti: danni enormi alla cultura e alla gratificazione e alla edificazione della società e danno incalcolabile in termini di turismo e di promozione.

E in effetti a partire dal 1879 Sora e il suo territorio per alcuni anni divennero luoghi di convegno e di raccolta di giovani artisti scandinavi attratti dalla luce e dalla natura e dalla umanità di questi luoghi, a quell’epoca coperti solo da piante e da campi coltivati. Quel sole, quell’atmosfera, quella luminosità, quei sapori e odori: quale contrasto con le loro terre di origine! E il Liri e il Fibreno spumeggianti e pescosi. E quindi l’incantamento vero e proprio dei giovani pittori.

Per primo capitò a Sora Peter Severin Krøyer (1851-1909), considerato il maggiore pittore danese, che qui realizzò opere suggestive: a Sora conobbe anche lo scultore Pasquale Fosca dal quale apprese i primi rudimenti della scultura e col quale rimase in contatto epistolare per quasi trentanni. Dopo pochi mesi arrivarono i giovani norvegesi Eilif Peterssen (1852-1928) e Christian Meyer Ross (1843-1905): due anni dopo, nel 1881, arrivarono altri giovani artisti danesi tutti destinati al successo e alla fama nel loro paese: Joakim Skovgaard (1856-1933), Viggo Pedersen (1854-1926), Theodor Phlipsen (1840-1920) che ci hanno lasciato splendide opere su questi luoghi e abitanti, qualcuno vissuto lunghi anni a Sora. Ma fu Civita d’Antino paesino a mille metri di altezza, nella Valroveto, ultimo lembo di Ciociaria, che visse una pagina ancora più gloriosa perché grazie a Kristian Zahrtmann (1843-1917), assurse, nei mesi estivi principalmente, per oltre venti anni, a cenacolo vero e proprio di giovani artisti: il pittore allorché divenne per lui difficoltoso spostarsi, ebbe sempre presente nel cuore il ricordo del paesino aggrappato a mille metri, col fiume Liri che rumoreggiava ai suoi piedi e allorché costruì la propria abitazione a Copenhagen la chiamò perfino: Casa d’Antino, tante la nostalgia e la passione.

E anche negli anni a seguire, e fino ad oggi, tali legami continuano a sopravvivere e perfino a ringiovanirsi grazie all’impegno personale di alcuni appassionati e di studiosi e soprattutto alla collaborazione di una Fondazione privata di Pescara che attraverso pubblicazioni, iniziative espositive e anche acquisizione ammirevole di opere, hanno richiamato in vita questa pagina suggestiva di arte e di cultura che estrinseca soprattutto e celebra la creatura in costume ciociaro. Si tenga a mente che già da cento anni prima, questi medesimi luoghi di Sora e Isola e dintorni e quelli della Valroveto erano divenuti motivi ispiratori e meta di tanti altri artisti tra cui A.H.Dunouy, J.P.Hackert, A.L.R.Ducros, J.S.X.Bidauld, C. de Bourgeois, E.Lear, i napoletani Carelli, Fergola, Smargiassi e poi una sequela interminabile qui e altrove in Ciociaria.

E ora a partire dal 23 settembre e fino al 29 gennaio 2017 il Museo Hirschsprung di Copenhagen ospita questa esposizione il cui fulcro sono Sora e Civita d’Antino alla fine dell’Ottocento. Il Museo Hirschsprung è la emanazione di un mecenate imprenditore di quegli anni, Heinrich Hirschsprung appunto, che raccolse e promosse le opere e gli artisti danesi acquistandone i lavori e creando una collezione, e una pinacoteca, donata allo Stato e che ora è ai primi posti nel Paese per qualità e significato. Bello se si organizzasse una trasferta culturale e turistica a Copenhagen in occasione della esposizione, dove tra il tanto altro opera con successo un ristorante che si chiama ‘Casa d’Antino’ e, ancora più bello, se qualche istituzione pubblica o privata leggesse e ravvisasse il valore eccezionale dello spostamento della mostra anche da queste parti, così lesivamente a digiuno di certi pasti e cibi!! Non si può omettere di informare che l’Istituto Italiano di Cultura di Copenhagen ha invitato per la esposizione un famoso personaggio che, non di rado, fa letteralmente cantare ciociaro il suo organetto e cioè Ambrogio Sparagna, per il quale non occorrono presentazioni».

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