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giovedì 29 marzo 2012

“L’odore del feltro” (Luciano Duro)

Se potessi scegliere, vorrei essere fiume e come il fiume cercare con fatica la mia strada, correre, divenire grande, impetuoso e forte, poi abbracciare l’immensa distesa azzurra e trovare pace e serenità nel mare. La mia generazione è cresciuta con l’odore del feltro, quello delle cartiere, non più buono per la produzione ma ottimo per le fredde notti d’inverno. I grandi rotoli venivano tagliati in pezzi e portati a casa dai nostri genitori. Le donne cucivano orli di stoffa colorata e coprivano qualche immancabile macchia con toppe a forma di fiori.

Le ragazze in età da marito ornavano quel feltro con pezzi di stoffa, che erano in casa, variamente colorati, perché allora non si buttava niente, e confezionavano una fantasiosa coperta, buona per il corredo matrimoniale.
L’odore del feltro è l’odore della fabbrica, te lo porti sin da piccolo e ti resta cucito addosso per tutta la vita. Studia, diceva mio padre, perché poi da grande potrai occupare un posto migliore del mio.

Era una consuetudine, un patto non scritto, tra operaio e padrone, quando il genitore andava in pensione il figlio prendeva il suo posto. Per questo che a tavola si parlava sempre della fabbrica, era quasi un voler preparare il ragazzo ad un futuro già scritto perché il posto di lavoro era la sicurezza per l’avvenire, la possibilità di sposarsi ed avere figli. Quando incominciai a crescere mi sono sempre ribellato all’idea che per me ci fosse un futuro già scritto, avevo voglia di sperimentare la vita, di cercare la mia strada, di camminare da solo e mio padre non capiva quel figlio pirata, lui abituato a guadagnarsi il pane col duro lavoro, accanto alla macchina continua, sempre uguale, sempre lo stesso, di giorno e di notte, d’inverno e d’estate.

Non ho mai lavorato in fabbrica, sebbene dopo il diploma di perito chimico ne avessi avuto la possibilità, ma una cosa è certa: quell’odore del feltro nelle fredde notti d’inverno mi accompagna da sempre anche adesso che ho 58 anni. E’ il senso di appartenenza ad una storia, il voler essere aggrappato tenacemente ad uno scoglio, come un naufrago dopo che la tempesta ha spazzato via ogni cosa. Le fabbriche non ci sono più ma c’è tanta voglia di ricostruire, con l’odore del feltro che non ti abbandona, compagno fedele di una vita.

Tratto dalla pagina Facebook del Sindaco Luciano Duro
Foto di copertina Giuseppe Sapori

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