La Ciociaria: che cosa è

Ciociaria, “nobile regione” la chiamò Carducci, sistematicamente negletta e ignorata, sistematicamente vituperata e disprezzata, ancora oggi derisa e ridicolizzata grazie anche ai suoi ‘fiorito’ e ai suoi ‘vaccari di castelliri’ e al perenne ultimo posto nelle statistiche nazionali del bel vivere occupato da uno dei suoi tre capoluoghi. La Ciociaria è solo, come è stato ben scritto da un appassionato ciociaro troppo presto andatosene, un ‘concetto spirituale’, una realtà solo folklorica, quindi nessuna pretesa amministrativa o politica o geografica. Comunque esiste!

In effetti questi due territori che costituiscono le due province di FR di LT, più altri territori in provincia di Roma, per molti secoli, non un anno o dieci o trenta, ma per cinquecento anni e più, hanno costituito una sola terra e una sola regione e un solo governo e un solo destino, inizialmente fino al Garigliano-Minturno-Gaeta e, successivamente, fino al Liri e suo prolungamento ideale fino a Terracina. Questa unità e comunanza di radici e di origini la riscontriamo andando ancora più indietro nei secoli fino ad imbatterci nei Volsci, negli Ernici, negli Equi, con Circe, con Camilla, con Enea…Cioè questa regione, a Sud dei Castelli e di Tivoli e di Palestrina, che oggi identifichiamo come Ciociaria, partiva dai Monti Simbruini, limitata a Est dagli Appennini e a Ovest dal Mar Tirreno. Si chiamò per secoli Campagna di Roma, poi Provincia di Campagna e Provincia di Marittima, agli inizi del 1800 Delegazione di Frosinone e Delegazione di Velletri, poi altre denominazioni ancora verso la fine del secolo, per arrivare all’epoca di Mussolini che diede nascita nel 1927 alla provincia di FR, sette anni dopo a quella di Littoria/Latina. Aver accorpato l’Alta Terra di Lavoro cioè la regione compresa tra fiume Liri/Terracina e fiume Garigliano/Minturno appartenente al già Regno di Napoli e poi, dopo il 1861, alla provincia di Caserta, fu provvedimento corretto e storicamente necessario.

E’ vero che ancor oggi in queste contrade si fa la -fondata in aria- distinzione tra ciociari e borboni/napoletani e si gode a ignorare che non solo quella che si chiama Ciociaria è una realtà solo folklorica e quindi non geografica o amministrativa o politica o altro che accomunava tutta la regione più sopra citata salvo le città marittime ma che, realtà altrettanto determinante, il centro di irradiamento del costume ciociaro, termine così inviso e dileggiato, fu proprio l’Alta Terra di Lavoro ed esattamente quel territorio isolato, racchiuso da montagne, che oggi individuiamo come Valcomino.

Fu da qui infatti, da alcuni paesetti appollaiati sui monti, che già dalla fine del 1700, spinti dalla fame e dalla miseria e dai soprusi e dall’incremento demografico, iniziò la emigrazione non verso il napoletano vero e proprio ma al di là del Liri, verso la Campagna di Roma e verso Roma medesima. Un flusso non contingente o occasionale, ma continuo e permanente, che proseguì per almeno cento anni: il fulcro umano fondamentale è verso alcune località della Campagna di Roma che si riversò e insediò: i Terellani si acquartierarono a Terracina dove ancora oggi nel medesimo quartiere vivono i discendenti, i Casalvierani si insediarono a Sezze e a Velletri, i Settefratesi ad Anzio, quelli della Valcomino soprattutto da Gallinaro, San Donato, Casalvieri, in generale verso Velletri, stanziali o stagionali: le tracce e le impronte oggi sono tutte lì, negli abitanti e nel territorio.

Queste realtà storiche fanno parte ancora delle miniere inesplorate. Ma gran parte anche come detto a Roma dove ad un certo punto già a partire dal 1840 circa, i forestieri e gli stranieri presenti cominciarono a non capire più chi fossero i veri abitanti di Roma, se cioè i ciociari ormai molte migliaia o la umanità descritta da Bartolomeo Pinelli. Certo è che l’8 dicembre 1854 allorché il Papa proclamò il dogma della Immacolata Concezione il grande quadro, ancora oggi appeso nei Musei Vaticani, che doveva ricordare visivamente l’avvenimento, raffigurava solo ciociari quale popolazione di Roma. Ma questa, a Roma. è un’altra pagina speciale della Ciociaria di cui ci occuperemo in prosieguo.

Cioè vogliamo affermare, alla luce di quanto su rammentato, che fu logico e storicamente inappuntabile, come dimostrato, accorpare l’Alta Terra di Lavoro in parte alla provincia di Frosinone e in parte alla provincia di Latina sotto il Fascismo poiché quelle popolazioni, partite dalle località tra il Liri e il Garigliano già da circa il 1770, si erano tutte perfettamente integrate ed omologate con quelle sparse nella Campagna di Roma e con Roma. Affatto esatto storicamente fu invece annettere a Roma le località dei Simbruini quali Anticoli, Cervara, Subiaco, Olevano e poi, Paliano, Colleferro, Segni, Carpineto…

Emigrazione, parallelamente, incarnata anche dai girovaghi e pifferari, cantastorie, venditori di fortuna, ammaestratori di cani e di scimmie, zampognari verso direzione verso l’Europa, i primi in Italia a mettere piede, in massa, in quelle regioni ove oggi vivono molte migliaia di loro successori e cioè A Edimburgo, Glasgow, Londra, certe città della Germania e Parigi.

Michele Santulli

Menu