sabato 21 settembre 2013

Il discorso del Vescovo Spreafico alle istituzioni: “Non vengo dalla Ciociaria, ma ho imparato ad apprezzare l’accoglienza e l’umanità di questa terra”

Di seguito l’intervento del vescovo di Frosinone-Veroli-Ferentino, S.E. Mons. Ambrogio Spreafico in occasione dell’incontro di ieri sera all’Auditorium Diocesano di Frosinone

“Ho voluto questo momento di riflessione con voi, che rappresentate i vari settori della società civile del nostro territorio per condividere la responsabilità che ciascuno di noi ha, pur nelle differenti competenze, davanti al momento difficili che stiamo attraversando. La Chiesa infatti non vive mai al di fuori della storia. Papa Francesco ce lo dimostra quotidianamente nelle sue parole, e soprattutto ce lo ha dimostrato nella giornata di digiuno e preghiera per la pace in Siria, in Medio Oriente e nel mondo, che dopo più di due anni di conflitto in Siria ha almeno scosso le coscienze dall’inettitudine e dalla rassegnazione di governi che non sono riusciti a mettere insieme nessuna decisione in così lungo tempo, se non l’unica sbagliata, la guerra. Papa Francesco ha parlato a Lampedusa di “globalizzazione dell’indifferenza” , grande male di una società malata che ragiona solo sui propri orizzonti senza visioni e senza sogni per il futuro. Ha detto: “La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!”.

Oggi la sofferenza degli altri è grande, non solo lontano da noi, ma anche in mezzo a noi. Credo che ognuno di voi abbia incontrato almeno qualcuno che fa fatica a vivere in questo tempo difficile. E sono persuaso che abbiate tutti ben presente che cosa significa oggi la disoccupazione nella nostra terra. Vi ho invitato a questo momento di riflessione  per condividere, nel rispetto delle differenze, quelle sinergie umane e spirituali di cui abbiamo bisogno per cercare soluzioni che ci aiutino a superare questo tempo di crisi. Troppe sono ancora la contrapposizioni che ci dividono. Troppi sono gli interessi contrastanti che ognuno afferma, con la fatica di far incontrare i propri con quelli degli altri. Noi come Chiesa non abbiamo soluzioni, se non affermare attraverso la nostra vita e alcune risposte concrete, poche purtroppo rispetto al bisogno, che siamo con voi, che siamo dalla parte di tutti, soprattutto di chi soffre di più. Del resto questa è la logica del Vangelo di Gesù, riaffermata in maniera così bella da quel grande papa che fu il Beato Giovanni XXIII, quando annunciando il Concilio vaticano II l’11 settembre 1962, parlò di una Chiesa di tutti, e particolarmente dei poveri.

Noi non potremo che essere questa Chiesa, come ha ribadito più volte anche papa Francesco, quando ha parlato di una Chiesa povera per i poveri. Loro saranno sempre i privilegiati, come furono per Gesù. Siamo qui insieme per ribadirlo, ma insieme per dire che la Chiesa non allontana e non esclude nessuno, anzi con la sua parola e il suo amore cerca di avvicinare tutti, perché crede profondamente che facciamo tutti parte del grande sogno di Dio, quello di essere una famiglia universale, inclusiva e non esclusiva. Noi, le nostre realtà, vorrebbero essere segno di questa famiglia, come dice il Concilio Vaticano II all’inizio della Costituzione sulla Chiesa, quando chiama la Chiesa  sacramento, cioè segno e strumento dell’unità della famiglia umana. Devo riconoscere con onestà che non sempre lo siamo, perché talvolta anche i cristiani non sanno prendere le distanze da quello spirito litigioso e contrapposto che contraddistingue la nostra società e il nostro paese, dove spesso si difende se stessi e il proprio interesse invece di perseguire il bene comune con responsabilità e lungimiranza.  Ma vorrei dirvi, che nonostante i nostri limiti, vorremo essere al servizio della gente che abita questa terra, perché sia un popolo e non resti frammenti di uomini e donne antagonisti, difesi, nemici, individualisti, poco capaci di lavorare insieme e di costruire un futuro migliore per i loro figli, degno della tradizione  di fede e di cultura di questa terra, della sua ricchezza umana e spirituale.

Come tutti sapete, non vengo dalla Ciociaria, ma ho imparato ad apprezzare l’accoglienza e l’umanità di questa terra, a conoscere le sue tradizioni, la sua cultura e la sua storia di fede. Siamo in un tempo in cui dobbiamo tirar fuori il meglio di noi, in cui ognuno deve rinunciare a qualcosa di sé per rendere possibile un futuro migliore per tutti. Ci sono ancora troppi interessi egoistici che frenano e ostacolano la realizzazione di questo impegno che deve essere di tutti. La contrapposizione tra forze e interessi opposti ha pesanti conseguenze  su questo territorio. La prima e la più grave è la scarsa autorevolezza nelle decisioni e nell’intervento sui gravi e annosi problemi che ci attanagliano. Vedi ad esempio la questione della Valle del Sacco, che si trascina a volte tra spese e organismi di dubbia utilità che poco hanno prodotto di concreto. Per non soffermarci purtroppo sulle tragiche conseguenze che producono consorterie di vario genere, palesi, come la criminalità organizzata, o subdole, come quelle che con quattro soldi si accaparrano i beni altrui, riducendo la gente alla miseria, magari facendo fallire le aste, o attraverso la triste piaga dell’usura.

Chiedo a tutti di ribellarsi a questo modo di vivere e di non rassegnarsi al presente difficile e complesso che viviamo, ma, ciascuno nel suo campo, faccia la sua parte interagendo con gli altri, cercando sempre e solo il bene comune e non innanzitutto quello personale. E poi bisogna evitare di riempirsi la bocca e le pagine dei giornali di parole vuote, come ad esempio quelle sul turismo religioso, di cui molti parlano, ma pochi o quasi nessuno crea sinergie perché si possa realizzare qualcosa di concreto che faccia conoscere i tesori di questa terra e vi porti anche benessere.  Dice un grande scrittore e pensatore ebreo morto nel secolo scorso, Martin Buber: “Cominciare da se stessi: ecco l’unica cosa che conta. In questo preciso istante non mi devo occupare di altro al mondo che non sia questo inizio. Ogni altra presa di posizione mi distoglie da questo mio inizio, intacca la mia risolutezza nel metterlo in opera e finisce per far fallire completamente questa audace e vasta impresa. Il punto di Archimede a partire dal quale posso da parte mia sollevare il mondo è la trasformazione di me stesso” (“Il cammino dell’uomo”). Si è sempre pronti a lamentarsi e ad incolpare gli altri. E’ un modo per sentirsi migliori e spesso per non assumersi nessuna responsabilità. Ma, se non si comincia da stessi, non si realizzerà mai nulla di buono e di importante, non si contribuirà a cambiare il corso della storia. Noi abbiamo oggi la responsabilità di impegnarci tutti a dare il nostro contributo per cambiare il corso della storia, perché siamo arrivati a un punto di non ritorno. I danni fatti nel passato al nostro territorio sono a dimostrarlo. O ci si ribella a un modo di vivere affaristico e egoista oppure, come dice Gesù, “periremo tutti allo steso modo”. Non esiste alternativa: o si lavora per il bene oppure si fa il male o lo si permette con l’indifferenza, che è sempre complicità. Ce lo chiedono le giovani generazioni, ce lo chiedono i più bisognosi, ma è una domanda nel cuore di tutti.

Sono convinto che in ognuno di noi, credente o non credente che sia, esista una grande forza di bene, che oggi bisogna far emergere per creare quelle sinergie necessarie perché inizi un tempo nuovo, migliore, più umano, più solidale. Non siamo tutti credenti allo stesso modo, ma insieme speriamo che il futuro possa essere migliore del presente se tutti lavoreremo sinergicamente per il bene con passione e intelligenza. Da soli ci si perde, insieme, lasciando da parte almeno un po’ quello che ci può dividere, possiamo contribuire a migliorare e a salvare il mondo in cui viviamo”.

+ Ambrogio Spreafico

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