7 dicembre 2015 redazione@ciociaria24.net

Il cancro che ammazza la stampa locale (di Alessio Porcu)

L’informazione locale ha avuto un ruolo fondamentale in questa provincia: in termini culturali oltre che giornalistici. Raccontandone le cronache, denunciandone le storture, portando in luce i suoi paradossi, giorno dopo giorno ha svolto la sua funzione. Che è quella di aiutare a formare la consapevolezza in chi ha tempo e voglia di leggerne le pagine, contribuendo così alla crescita del territorio, della sua classe dirigente, della sua economia, dei suoi cittadini.

Il giorno in cui qualcuno si prenderà la briga di raccontare la Storia del Giornalismo in Provincia di Frosinone non potrà non dedicare una serie di capitoli a Giuseppe Ciarrapico. Personaggio discusso e discutibile, geniale ed astuto, eccessivo e incontenibile. Per fortuna di tutti, irripetibile. Finto palazzinaro di periferia, si atteggiava ad ignorante dall’accento romanesco borgataro: una trappola nella quale molti cadevano, scoprendo troppo tardi lo sterminato elenco di libri che aveva scritto, letto e diffuso stampandoli nelle sue tipografie. In un attimo passava al linguaggio ed ai concetti forbiti che gli consentivano di stare a tavola con il principe Carlo Caracciolo di Castagneto (fondatore di Repubblica) e Carlo De Benedetti (editore de L’Espresso), con Luca Cordero di Montezemolo e Silvio Berlusconi; di confrontarsi – quasi sempre perdente – con Giulio Andreotti. A quest’uomo andrà riconosciuto il merito di avere inventato la Stampa locale in provincia di Frosinone: avere concepito, finanziato ed editato Ciociaria Oggi, primo storico quotidiano della provincia. Poi seguito da La Provincia, Il Quotidiano, L’Inchiesta.

Se Ciarrapico ebbe l’intuizione, quelle pagine videro le edicole e vi si affermarono, grazie all’autorevolezza, la competenza, la passione, di uomini come Umberto Celani: monumento vivente a se stesso, è stato l’unico capace di creare un giornale quotidiano in provincia di Frosinone e farlo diventare talmente solido da sopravvivere fino ad oggi. Ma siccome le cose impossibili non appagano gli uomini eccezionali, Celani ha fondato anche il principale concorrente alla sua stessa creatura, dando alle stampe La Provincia. Mentre un altro colosso dal nome Mauro Benedetti si prendeva cura di Ciociaria Oggi.

Fino a quel momento, la funzione di far crescere il territorio attraverso la conoscenza delle sue cronache era affidata alle pagine locali di giornali nazionali come Il Messaggero, Il Tempo, Paese Sera. Tra quelle colonne riempite di piombo a discapito del tempo libero, della famiglia, di qualsiasi altra passione, hanno svettato monumenti come Luciano Renna, Gianluca De Luca, Enzo Salines, Luciano Di Domenico, Luca Sergio, Franco Turriziani e Dio ci perdoni: se l’elenco non prosegue è solo per questione di spazio.

Quanti colleghi hanno formato? Quante battaglie hanno combattuto con i loro editori per garantire che le notizie avessero la priorità? Oggi è cambiato tutto e l’informazione vive un indubbio periodo di crisi. Quella locale come quella nazionale. Alla crisi economica si sta affiancando, in maniera subdola e strisciante, la crisi di autorevolezza: il vero cancro mortale che uccide lentamente qualsiasi testata.

Le cellule principali da cui nascono poi tutte le metastasi sono due: gli editori ed i direttori. Diventano un cancro che uccide le loro stesse opere nel momento in cui gli editori credono di essere più bravi dei direttori; ed i direttori credono di saper fare gli imprenditori. Indro Montanelli, quando lasciò la scrivania del Corriere della Sera e fondò Il Giornale Nuovo ebbe cura di mettersi subito affianco un colonnello dei carabinieri in congedo che tenesse in ordine i conti e la cassa, affiancandosi a gente come Gianni Granzotto (già amministratore delegato della Rai e all’epoca presidente della FIEG) che si occupassero della gestione. Gli editori senza i direttori non possono esistere tanto quanto non possono esistere i direttori senza gli editori. Neppure Indro Montanelli, senza Silvio Berlusconi, ce la fece con La Voce.

La tentazione del momento, anche in provincia di Frosinone, è quello di indossare una divisa di ammiraglio pensando che sia sufficiente per trasformare chiunque in un Orazio Nelson sul ponte di comando della flotta di Sua Maestà Britannica. La tentazione (o vezzo?) del momento è mettersi le mostrine di generale dello Stato Maggiore sopra a quelle da capitano di Amministrazione: mettere in prima linea a dirigere il fuoco chi invece deve assicurare che ci siano i soldi con cui pagare polvere da sparo, mortai, benzina e vettovaglie. L’assurdo che ne consegue è che, mentre i reparti sono all’assalto e sparano, al loro fianco gli aspiranti Nelson si mettono a dire che bisogna risparmiare sulle cartucce, premere più in fretta il grilletto perché in questo modo si può rinunciare ad uno o due fucilieri, resistere perché così non c’è bisogno di portare il cambio con truppe fresche.

Il vizio e l’assurdo del momento è pensare che sia possibile possedere, controllare e fare un giornale senza giornalisti. Non rispettando i contratti (che hanno rappresentato conquiste per garantire la libertà di stampa), fregandosene delle normative specifiche e del confronto con i sindacati. I quali, ad onore del vero, non hanno il coraggio di dire che non è più tempo per alcuni privilegi dei quali la categoria ha goduto: anzi, continuano a dispensarne, scaricandone i costi sull’intera categoria. Perché ci sono riconoscimenti d’ufficio del praticantato e della disoccupazione che in alcuni casi gridano vendetta.

E’ da quel vizio assurdo di cui sopra che nascono soluzioni quantomeno fantasiose ed improbabili per uscire dalla crisi: il web, lasciato in mano agli editori, invece di portare i giornali fuori dalla fossa ha scavato altri centimetri in profondità. Le analisi più autorevoli dicono (leggi qui il precedente) che perdono più copie i giornali con i siti fatti meglio.

Nessuno vuole ammettere un’evidenza. Chiara come il sole. I giornali vendono meno quando vengono fatti male. E per farli bene occorrono i giornalisti: capaci, motivati. E soprattutto sereni. Consapevoli di avere alle spalle un direttore pronto a coprirli e sulla testa un editore pronto a pagargli lo stipendio. Senza, non si va da nessuno parte. Anzi. Da una parte si va: fuori dalle edicole.

“E’ dovere di un giornale stampare le notizie e scatenare l’inferno” ha scritto Wilbur Storey. Ma è complicato scatenare l’inferno se chi possiede, controlla o gestisce un giornale deve salvaguardare rapporti con il politico di turno, con l’imprenditore potente, con il burocrate influente, con il rappresentante di quella o questa istituzione, con un settore piuttosto che con un altro. Se l’unico obiettivo è arrivare ai contributi dell’editoria.

Si può essere faziosi, ma assicurare comunque un’informazione libera. Come ha fatto Giuseppe Ciarrapico per decenni, spesso “martellando” proprio quelli della sua stessa parte politica. Ma di Ciarrapico non ce ne sono più in giro. Oggi non ci si riesce perché non si rispettano i ruoli. Dei giornalisti e del direttore, che è l’unico filtro tra l’editore e i giornalisti. La verità è che è venuto meno il rispetto per chi fa questa professione. Non si vogliono delle redazioni, ma delle catene di montaggio, delle miniere. Tra poco chiederanno di far sparire anche le firme. E sarà l’atto finale: l’eutanasia. Perché il giornale lo si va a leggere non per quello che c’è scritto ma per come è scritto. Chi non ha capito questo non ha capito la comunicazione. Ecco perché ancora oggi c’è chi va nelle edicole: perché cerca una firma, si fida della sua corretteza, della sua autorevolezza, si confronta con le sue opinioni. E’ un dialogo quotidiano.

A proposito di edicole. Possibile che a nessuno venga in mente come il web sia diventato la piazza dei tempi attuali? Lo ha capito Beppe Grillo che sul web ci ha messo i suoi meetup, cioè quelle che una volta erano le sezioni di Partito. Con quali risultati, non c’è bisogno di scriverlo. In queste piazza vogliamo mettercela un’edicola? Vogliamo fare in modo che sia possibile comprare un giornale? Non ad 1,40 euro: non c’è la tipografia da pagare, non c’è l’inchiostro e non c’è la carta, vogliamo abbattere questo prezzo al punto che il prodotto sia davvero appetibile? Il giornale è un prodotto con il quale non si fanno i soldi: «le sue copie si pesano e non si contano» (cit. Giuseppe Ciarrapico) cioè sono strumenti che formano opinione e non denaro. I giovani si riconoscono sempre meno nei quotidiani, ma gli editori veri o presunti si sono mai posti il problema di arrivare loro dalle giovani generazioni? No. A partire dal prezzo applicato sul web.

La carta ha ancora un presente. Le cifre dicono che per l’approfondimento c’è bisogno della “carta”. Così come è la “carta” che tira su quel che resta del mercato pubblicitario, svilito da quanti hanno messo in saldo pagine, mezze pagine, quarti di pagine, piedi e finestre. Con la conseguenza di far perdere valore agli… spazi. Il web è il futuro se lo si intende come mezzo di diffusione attraverso il quale vendere il lavoro dei giornalisti. Non se lo si concepisce come mezzo per fare un giornale diverso, on line, a costo basso. E di bassa qualità. Ma forse è proprio per questo che “strega” editori veri o presunti. Costa di meno, bastano poche righe e il gioco è fatto. Ma il gioco è fatto davvero? No, il gioco è destinato a fallire perché il mercato semplicemente non esiste. Perché non esiste giornalismo senza giornalisti.

C’è un film che ha fatto la storia, letteralmente. Si chiama Tutti gli uomini del presidente, che racconta dello scandalo che travolse Richard Nixon. Scandalo portato alla luce dal Washington Post. Il consigliere del presidente riteneva che “se li tieni per le palle, mente e cuore seguiranno”. E che anche la stampa si sarebbe adeguata. Si sbagliava. Eccome se si sbagliava.

Alessio Porcu – www.alessioporcu.it

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