mercoledì 18 giugno 2014

Giuseppe Mazzini e i bimbi ciociari a Londra

In una nota trascorsa abbiamo presentato la scuola che Giuseppe Mazzini, il patriota italiano, aveva fondato a Londra a favore dei bimbi italiani soprattutto ciociari che un cattivo destino aveva portato al di là delle Alpi già a partire dalle prime decadi del 1800. E della vera e propria autentica epopea della emigrazione dalla Valcomino in Alta Terra di Lavoro, iniziata già dalla fine del 1700, vogliamo rammentare un episodio di quella che ne fu una componente, la più terribile, cioè la vera e propria ‘tratta dei bambini’: i genitori che, in cambio di un po’ di soldi, affittavano, o vendevano, i loro figli normalmente per un periodo di tre anni, a dei personaggi, i cosiddetti ‘padroni’, che si industriavano poi per condurli nelle grandi città e maggiormente in Francia ed Inghilterra dove li obbligavano ai mestieri più umili e duri: lustrascarpe, venditori per le strade di statuette di gesso e di santini o di altre immagini o di fiammiferi, sguatteri, facchini, mendicanti, suonatori di organetto, spazzacamini, in certe fabbriche, senza cure, senza pulizia, alloggiati in tuguri infimi, nella promiscuità e abbiezione più ripugnanti.

Un diplomatico italiano, del quale abbiamo parlato in un passato contributo, calcolò che di cento di questi infelici bambini, che verso la metà dell’Ottocento nella sola Inghilterra ammontavano a circa tremila, un cinquanta per cento moriva per le privazioni e gli stenti. E questi bimbi malfamati sporchi e laceri per le vie di Londra rappresentavano un motivo di continua umiliazione e cruccio per quelli che volevano notarli. E uno fu Giuseppe Mazzini, il grande patriota italiano per molti anni in esilio a Londra, che unico e solo e per primo si occupò fattivamente di questa infelice umanità abbandonata, preda dello sfruttamento e della disperazione, con le sue parole: “in uno stato di assoluta barbarie”. Non pochi dei cosiddetti ‘padroni’ portò davanti al Giudice ma capì che l’unica arma possibile per un riscatto autentico e per l’affrancamento erano l’istruzione, la cultura, con le sue parole: “assecondare e innalzare quelle rozze menti, intorpidite dalla miseria e dalla abbietta soggezione ad altri uomini”.

E quindi a costo di ulteriori rinunce personali e con il sostegno di personaggi inglesi della cultura e dell’arte fondò una scuola per questi bambini ma anche per gli adulti, che venne aperta il 10 novembre1841, data memorabile nella storia della emigrazione italiana soprattutto e principalmente ciociara. La scuola si svolgeva solo la sera e vi si insegnavano le discipline indispensabili all’apprendimento basilare. Le lezioni avevano luogo anche la domenica e in questo giorno impartiva le sue lezioni di cultura italiana lo stesso Giuseppe Mazzini. La scuola ebbe una lunga vita, sempre frequentata e seguita sia dagli alunni in numero di centocinquanta-duecento, sia dai promotori, durò circa venti anni.

La scuola fu osteggiata, Mazzini stesso parla di ‘guerra feroce’, da parte sia delle autorità diplomatiche piemontesi sia soprattutto dei preti cattolici. Una donna eccezionale, inglese, appassionata anche lei della indipendenza italiana, che ben conobbe e frequentò Giuseppe Mazzini, Jessie White Mario, ‘la Giovanna d’Arco della indipendenza italiana’, redasse la sua biografia e vi parla anche della scuola da lui fondata e in merito pubblica una immagine dove si vede Mazzini stesso che insegna: per terra si notano la sua chitarra di cui il patriota fu appassionato suonatore e cultore per tutta la vita (oggi a Genova al museo a lui dedicato) e una zampogna.

E si illustrano gli scolari davanti a lui o seduti al banco: sono tutti ciociarelli! E tale immagine assurge a livello di documento storico fondamentale, non solo a riprova della passione civile di Giuseppe Mazzini ma anche a riprova ulteriore e determinante che la stragrande maggioranza di questi bimbi oggetti di tali loschi traffici erano quasi esclusivamente figli infelici della Valcomino, originari dei paesini sperduti sulle montagne che le fanno corona e in particolare da certe frazioni di Picinisco, di S.Biagio Saracinisco e di Villa Latina o delle Mainarde oggi molisane. Queste creature grate e devote, lo chiamavano ‘Pippo’!

Siamo lieti far conoscere per la prima volta tale veramente eccezionale testimonianza, il cui affioramento debbo alla professionalità del sito web parigino ‘altritaliani.net’. E dire che nella Ciociaria frusinate, a riprova ulteriore del degrado culturale e morale che l’attanaglia, non mi pare che vi sia un qualcosa, una via o una piazza, che ricordi gli emigranti ciociari e la loro lunga epopea per le vie del mondo.

Michele Santulli

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