Frosinone: prostitute liberate dalla schiavitù mettono la “ditta”. Ma allora che senso ha?

Nel giugno scorso la Squadra Mobile di Frosinone ha arrestato una banda di rumeni dediti allo sfruttamento della prostituzione. Contestualmemte, sei ragazze vennero liberate dalla schiavitù avendo quindi la possibilità di rifarsi una vita lontano dalla strada. A quanto pare, però, le giovani non solo non hanno colto l’occasione, ma hanno approfittato dell’opportunità per mettersi in proprio senza più spartire i guadagni (si parla di 500 euro a sera) con nessuno (in schiavitù il 10% era per loro ed il 90% per gli aguzzini).

Secondo quanto dichiarato dal dirigente della Mobile, Carlo Bianchi, a Ermanno Amedei de Il Punto a Mezzogiorno, difatti, «Delle sei ragazze costrette a prostituirsi dal gruppo di rumeni arresti a Giugno, due continuano la loro attività nella zona industriale dove già lavoravano per i loro aguzzini, di altre quattro non sappiamo che fine abbiano fatto ma probabilmente hanno cambiato piazza».

La domanda che sorge spontanea è immediata: che senso ha allora impegnarsi per combattere la prostituzione? I tanti e continui controlli delle forze dell’ordine nelle strade degli esseri umani a pagamento, nel nostro caso soprattutto la zona Asi a Frosinone, che senso hanno se i pestaggi ed i maltrattamenti degli aguzzini non sono sufficienti a far cambiare strada a queste ragazze? Domande alle quali non troveremo mai risposta, ma che comunque devono farci capire che forse è sbagliato puntare sempre il dito contro sulle istituzioni, le quali, come ad esempio nel caso specifico, provano anche ad aiutare, sovente senza ottenere alcun riscontro da parte di coloro ai quali porgono la classica ciambella di salvataggio.

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