22 febbraio 2017 redazione@ciociaria24.net

FROSINONE – ‘Ndrangheta: La Squadra Mobile del Capoluogo arresta 50enne calabrese

La Squadra Mobile di Frosinone ha dato esecuzione ad una misura di custodia cautelare in carcere nei confronti di un cinquantenne di Lamezia Terme.

Di seguito il comunicato stampa diffuso dalla Questura del Capoluogo.

Nella scorsa notte, nell’ambito di una più vasta operazione della Polizia di Stato condotta dalla Squadra Mobile di Catanzaro che ha colpito appartenenti alle cosche di ‘ndrangheta IANNAZZO e CANNIZZARO, operanti nell’area della città di Lamezia Terme, gli uomini della Squadra Mobile di Frosinone hanno dato esecuzione ad una misura cautelare in carcere emessa dal GIP del Tribunale di Catanzaro su richiesta della Procura della Repubblica – D.D.A. di Catanzaro, a carico di un cinquantenne originario di Lamezia Terme.

I soggetti colpiti dalla misura restrittiva erano stati tutti tratti in arresto, il 14 maggio 2015, nell’ambito dell’operazione denominata “ANDROMEDA” condotta dalla Squadra Mobile di Catanzaro; ad oggi sono stati raggiunti dal nuovo provvedimento di carcerazione, per il pericolo di fuga basato sulla sentenza di primo grado emessa il 14 febbraio scorso dal GIP di Catanzaro che li ha condannati a pene severissime.

In particolare, P.F.S., il cinquantenne arrestato stanotte dalla locale Squadra Mobile per associazione mafiosa, era stato condannato alla pena di 8 anni di reclusione. Le indagini condotte dalla Squadra Mobile di Catanzaro che avevano a suo tempo portato all’operazione “ANDROMEDA”, ricostruivano l’organigramma della temibile consorteria criminale dei IANNAZZO individuando i personaggi di vertice del sodalizio (IANNAZZO Vincenzino detto “Il Moretto”, IANNAZZO Pietro, IANNAZZO Francesco detto “Cafarone”, DAVOLI Antonio) e le alleanze costituite nel corso degli anni con le cosche GIAMPA’ e CANNIZZARO-DAPONTE.

Tra i reati-fine contestati agli appartenenti al sodalizio, vi sono anche alcuni omicidi avvenuti nei primi anni 2000, nella zona di Lamezia Terme. P.F.S., pur non essendo direttamente coinvolto nei fatti di sangue, è ritenuto, nella sentenza di condanna, il braccio destro del capo clan. L’uomo si trovava in transito nella nostra provincia e al momento non sono emersi elementi che facciano ritenere che avesse una base di appoggio su questo territorio; è plausibile invece che, dopo la condanna inflittagli il 14 febbraio scorso, P.F.S. si aspettasse da un momento all’altro l’emissione del provvedimento restrittivo e stesse quindi organizzando la sua latitanza lontano dalla zona d’origine.

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