domenica 19 ottobre 2014

Ebola: quali sono i rischi per l’Italia

Il coordinatore della missione ebola dell’ONU, Anthony Banbury, ha lanciato l’allarme proprio in questi giorni: «Il virus dell’Ebola potrebbe mutare e diffondersi per via aerea se l’epidemia non verrà messa sotto controllo velocemente». Certo, lui stesso ha specificato che tale eventualità è semplicemente «improbabile»: quindi, benché nessuna ipotesi debba essere esclusa anche soltanto per prudenza, siamo ancora ben lontani dallo scenario apocalittico che si potrebbe immaginare, leggendo soltanto queste dichiarazioni ed estrapolandole dall’intero discorso (errore fin troppo ricorrente). Del resto, dopo esser stata sottovalutata nelle sue drammatiche conseguenze fin dagli esordi, l’epidemia inizia a far tremare davvero, se non altro perché la direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, ha ricordato come l’ebola potrebbe comportare dei «rischi significativi sul fronte economico e finanziario per il mondo intero»: quindi, forse, quella prudenza del tutto mancante all’inizio, adesso diventerà facilmente eccessiva.

Il virus negli USA: un pericolo?

Nel frattempo, appena pochi giorni fa, è giunta la notizia della prima diagnosi su territorio americano: Thomas Eric Duncan, proveniente da Monrovia, avrebbe contratto il virus a metà settembre quando si trovava in Liberia, aiutando una ragazza di 19 anni incinta a raggiungere l’ospedale poiché manifestava sintomi evidentemente riconducibili alla febbre emorragica. La ragazza è morta pochi giorni dopo vista l’impossibilità di ricovero a causa del sovraffollamento, mentre Duncan è partito in seguito per un viaggio negli USA. Uno degli aspetti inquietanti della vicenda è che Duncan si sarebbe recato al Texas Presbyterian Hospital all’insorgere dei primi sintomi e sarebbe stato dimesso, per poi essere ricoverato successivamente: ragion per cui, attualmente, sono dozzine le persone monitorate poiché potrebbero aver contratto il virus. Un’eventualità, anche questa, piuttosto improbabile: vediamo il perché.

Immaginiamo che Duncan sia stato colpito dal virus mentre si trovava in Liberia e che abbia preso l’aereo per andare verso Occidente, come effettivamente è accaduto; e mettiamo il caso che abbia starnutito in prossimità del suo vicino di posto, ad esempio. Questo sventurato viaggiatore potrebbe aver contratto il virus accidentalmente a propria volta? Difficilmente, se all’epoca Duncan non presentava sintomi. Le probabilità, per una persona che sta in Italia, in Europa o negli Stati Uniti e non si trovi proprio nelle aree in cui ci sono i focolai, sono estremamente basse. Il contagio, infatti, non avviene durante il periodo di incubazione e il paziente trasmette il virus soltanto nel momento in cui inizia a sviluppare i primi sintomi. Il punto è che i sintomi da ebola non sono affatto di poco conto ed è verosimile che il contagiato difficilmente riuscirebbe a muoversi da casa nello stato di salute in cui si trova, se non per farsi portare in ospedale. Insomma, per intenderci, non pretenderete l’autobus o la metropolitana per poi ritrovarvi attaccati dal virus perché qualcuno ha tossito nelle vostre immediate vicinanze: sarebbe veramente poco probabile.

Cosa significa contatto diretto

Il periodo di incubazione può andare dai 2 ai 21 giorni ma, in media, ne dura circa una decina. I primi sintomi normalmente sono febbre, dolori muscolari diffusi, nausea, vomito e diarrea. Come spiegato al NYT dal dottor Thomas R. Frieden, direttore del Centers for Disease Control and Prevention governativo, tuttavia, anche dopo la comparsa dei sintomi occorre il contatto diretto con fluidi corporei per trasmettere il virus: sangue, vomito, urina e feci di pazienti in gravi condizioni sono altamente infettive, mentre il sudore, le lacrime, la saliva, lo sperma o il latte sono comunque molto pericolosi. Per diretto contatto si intende che tale fluido deve arrivare nella bocca, negli occhi, nel naso o su qualche ferita della pelle aperta o, in alternativa, si può toccare il fluido infetto e dopo toccarsi gli occhi o mettere le mani in bocca. Comunque sia, una pelle sana non viene “invasa” dal virus, ragion per cui toccare le secrezioni non significa che immediatamente seguirà l’infezione anche se, chiaramente, per chi è esposto a tale rischio (presumibilmente soprattutto il personale sanitario al lavoro nelle zone flagellate dall’epidemia) è necessario usare tutte le più accurate cautele.

L’ebola non causa problemi alle vie respiratorie ma la tosse proveniente da un paziente che sta molto male può contagiare attraverso piccole gocce di saliva o muco che finiscono sulle mucose, specifica ancora Frieden. Poiché generalmente tali gocce non volano oltre il metro, è consigliabile a chiunque abbia a che fare con un paziente di stare ad un metro, o meglio due, di distanza: contatto diretto è anche la vicinanza ad un contagiato ad una distanza inferiore a questa per un arco di tempo prolungato e senza le adeguate protezioni. Ma anche questa è un’eventualità nella quale difficilmente vi troverete, a meno che non siate un medico o un infermiere e non vi troviate in Liberia, Guinea, Sierra Leone.

Quali rischi per l’Europa (e l’Italia)?

Il Ministero della Salute italiano, comprensibilmente, tiene sotto controllo la situazione con un occhio di riguardo soprattutto per la possibilità che cittadini europei che si trovano in quelle zone possano ammalarsi: lo sbarco di contagiati, viceversa, è una eventualità molto remota. Il vero timore, al momento, riguarda in particolare le ricadute sul sistema di trasporti internazionale poiché esiste già, invece, un protocollo di riferimento per valutare ed individuare ogni rischio di importazione (ad esempio attraverso le navi che provengono dai porti delle zone colpite). Oltretutto va ricordato che l’Italia non ha collegamenti aerei diretti con i Paesi interessati dall’epidemia e che gli altri Stati europei in cui sono invece presenti tali collegamenti stanno implementando misure di sorveglianza negli aeroporti. Infine gli immigrati irregolari, qualora ci fosse ancora bisogno di sottolinearlo: queste persone giungono presso le nostre coste via mare dopo dei viaggi molto lunghi la cui durata non consentirebbe ad alcun viaggiatore di approdare in assenza di sintomi. In quel caso, come avviene per qualunque tipologia di sintomo e a prescindere dalla provenienza del migrante, di ciascun individuo si valuterebbe tempestivamente lo stato sanitario.

Fonte: fanpage.it

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