martedì 9 febbraio 2016

Confini Ciociaria, prima “contestazione”. Longo: «Da Sperlonga a Sora è Alta Terra di Lavoro»

«Non sono d’accordo con quanto da sempre sostiene il Prof. Michele Santulli in ordine alla questione dei confini della Ciociaria. Se è vero che i confini della Ciociaria, intesa come regione storica, vanno al di là provincia di Frosinone, in quanto appunto ricomprendono anche territori che si trovano nella parte meridionale della provincia di Roma e nella parte settentrionale della provincia di Latina, nondimeno è vero anche che nei confini della provincia di Frosinone (e a maggior ragione in quella di Latina) rientrano territori che NON fanno parte della Ciociaria.

Mi riferisco, ovviamente, a tutti quei comuni che prima dell’istituzione della provincia di Frosinone nel 1927 facevano parte della provincia di Terra di Lavoro, il cui capoluogo era Caserta, e che prima del 1861 si trovavano all’interno dei confini del Regno delle Due Sicilie, mentre, come è noto, la parte settentrionale delle attuali provincie di Frosinone e Latina (cioè, con la parte più meridionale della provincia di Roma, la Ciociaria vera e propria) si trovava all’interno dello Stato pontificio, con la denominazione amministrativa di Campagna e Marittima.

Tra le città di quella porzione di territorio appartenente alla Terra di lavoro poi accorpata alla provincia di Frosinone vanno menzionate Cassino, Aquino, Atina, Arpino, Sora, solo per citare le più importanti. Osservo inoltre che a rimarcare la differenza tra la Ciociaria e i suddetti centri, che costituiscono appunto la parte settentrionale della Terra di Lavoro, sta il dato linguistico, che ancora più di quello storico e geopolitico risulta fondamentale per dirimere la questione dell’estensione territoriale della Ciociaria.

In Ciociaria si parla ciociaro (detto anche campanino, da Campagna), che è un dialetto mediano, al pari del romanesco, dell’umbro e del marchigiano, mentre in tutti i comuni “borbonici” del Lazio meridionale si parla alto campano, che è un dialetto meridionale, pur, in alcuni specifici casi, presentando qualche tratto fonetico e lessicale in comune con l’area linguistica mediana della Ciociaria, come del resto è del tutto fisiologico che accada nelle zone di confine. Ma, è bene precisarlo a scanso di equivoci, si tratta di affinità circoscritte che non valgono certo a cancellare e nemmeno ad attenuare le differenza linguistiche fondamentali.

Mi chiedo dunque, ma soprattutto lo chiedo al Prof. Santulli, come un territorio si possa considerare parte di una regione storica, quando con quella regione non condivide né la storia né la lingua. A definire, sia pure approssimativamente, una regione storica, o meglio storico-culturale, sono appunto circostanze storiche e caratteristiche culturali, lingua in primis. Ora, in assenza di quei tratti, storici e culturali, non è possibile sostenere che siamo ancora entro i confini di quella determinata regione storica. E’ una questione di logica pura e semplice, che articola in modo lineare – e inconfutabile – dati storiografici e linguistici alla portata di chiunque.

Per tornare all’incongrua estensione territoriale della Ciociaria del Santulli, men che meno Gaeta e Formia, città “campane” con piena evidenza dell’occhio e dell’orecchio in misura persino maggiore del Cassinate, possono essere in nessun modo considerate parte della Ciociaria. I confini meridionali della Ciociaria, per quanto sfumati, come è proprio di una regione che non ha un riconoscimento amministrativo formale, in ogni caso ricalcano sostanzialmente quelli plurisecolari tra Stato pontificio e Regno delle Due Sicilie. Tutta l’area che va da Sperlonga a Sora, passando per Fondi, Itri, Gaeta, Formia, Cassino, Aquino, Atina, Arpino, Sora, ha un nome: Alta Terra di Lavoro.

La sua inclusione nella Ciociaria è del tutto abusiva per precise, manifeste e insormontabili ragioni storiche e linguistiche, al netto magari, va riconosciuto, degli effetti dell’innegabile processo di “ciociarizzazione” o “lazializzazione” subito da alcuni (pochi) centri, Sora, Arpino, Arce, Sperlonga, posti sulla linea del vecchio confine di stato. Il processo di “ciociarizzazione”, fatalmente, è stato innescato dall’istituzione della provincia di Frosinone (e, con effetti fortunatamente meno apprezzabili, di quella di Latina), ma da alcuni anni esso è efficacemente arginato da un processo di segno contrario, che, volto alla riscoperta delle radici, ha portato molte persone a maturare finalmente una diversa consapevolezza della propria identità storico-culturale.

Concludo suggerendo la lettura del divertente racconto del notevole scrittore Tommaso Landolfi, nativo di Pico, “I contrafforti di Frosinone”, nel quale l’autore, con ironia e qualche licenza letteraria, manifesta tutto il suo disappunto per l’inclusione del suo paese natale, già in Terra di Lavoro, nella provincia di Frosinone”.

Antonio Longo

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